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ISSN 2283-7949

 

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Issue 2018, 1

La via locale alla cittadinanza globale: una sfida epistemologica e politica

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Abstract: Rethinking the concept of citizenship means understanding the historical nature of the relationship between citizenship and nation-state and going beyond the definition of a formal and legal status, such as the membership to a political system. In the global era, citizenship undergoes a process of deterritorialization that produces a fragmentation and multiplication of forms, figures and experiences. The text aims at illustrating that citizenship is a field of tensions: it is crossed by the struggles, specially concerning the violation of its borders, of individuals who are excluded or includedin a differentiated or subordinate way. These “acts of citizenship” are acts through which individuals become, make themselves citizens. At the same time, interpreting citizenship not only as a formal status, but as a space of conflict and movement, based on the extension of rights, does not mean denying its normative dimension: citizenship emerges between normative and processual dimension. Citizenship is a project in continuous construction and reconstruction, producing the possibility of access to rights. When considered as a process of political subjectivation, citizenship is a dynamic, ever-changing institution. Today, in particular, cities are the crucial space of new emerging forms of citizenship.

 

Keywords: citizenship, globalization, city, movement, democracy.

 

La decostruzione della cittadinanza nel caleidoscopio globale

La necessità di reinventare la cittadinanza e i suoi confini emerge entro la cornice dell’attuale transizione globale, segnata dalla convergenza fra la crisi della forma politica dello stato-nazione, le trasformazioni del capitalismo, la pluralizzazione dei mondi culturali e delle appartenenze. Certo, tale reinvenzione non può limitarsi a una ridefinizione giuridico-istituzionale. È necessario guardare oggi alla cittadinanza non solo come all’attribuzione o alla conquista di uno status, ma a partire dal “movimento” che la costituisce, come a un insieme di pratiche sociali, di comportamenti soggettivi che, sebbene iscritti entro il suo perimetro formale, possono metterlo in discussione contestandone i confini. In questo senso, la cittadinanza oggi prenderebbe forma come processo, come capacità di accesso ai diritti, al “diritto ai diritti”: come l’esito di un percorso, più che come il risultato di una concessione formale. 

Ripensare la cittadinanza al tempo della globalizzazione significa fare i conti con la sua deterritorializzazione rispetto al vincolo esclusivo dello stato nazionale, alla sua centralità reale e simbolica. Proprio questa espropriazione dello stato, questo suo de-centramento, inteso come una vera e propria rimozione dal centro, impongono più in generale un ripensamento delle categorie politiche della modernità, caratterizzate da una forte perimetrazione nazionale. 

In questo senso, il modello di cittadinanza sociale codificato da Thomas Marshall (1976), fondato sulla correlazione fra appartenenza allo stato nazionale e accesso alle tre classi di diritti – sociali, civili, politici – subisce oggi un processo di disarticolazione progressiva. L’odierno profilo del cittadino si costruisce entro un modello plurale, per lo più sganciato dal principio della nazionalità, capace di combinare aspetti diversi per produrre figure distinte, non assimilabili a quello status di piena cittadinanza, che costituiva il nucleo del discorso novecentesco della cittadinanza.

I processi globali sfidano la pretesa di esclusività degli stati, ossia il monopolio esclusivo del potere su un territorio specifico e delimitato da confini. La globalizzazione infatti prende forma entro nuovi assemblaggi di “territori, autorità, diritti” (Sassen 2008a), insiemi contingenti di poteri che si articolano e operano attraverso diverse scale e relazioni. Si tratta di dispositivi tesi a riconfigurare il territorio e l’autorità dello stato, o meglio a disarticolare poteri un tempo incardinati nello stato-nazione e a riarticolarli attraverso combinazioni diverse, più instabili. 

Lo stato-nazione deve rinegoziare il proprio potere con attori e con fonti del diritto subnazionali, transnazionali, internazionali e globali. Esso mantiene funzioni geopolitiche decisive, ma fatica a rappresentare il “contenitore” dei processi economici, sociali, politici e culturali, a svolgere una funzione di mediazione fra locale e globale. Lo stato-nazione è coinvolto in un “riposizionamento scalare” entro un quadro di poteri più vasto e articolato (Brenner 2004): al sistema stato-centrico si sovrappongono, infatti, in modo scomposto, fluido e instabile, altri ordini spaziali, sociali e politici.

Segno del nostro tempo è una significativa crescita di mobilità. Persone, cose, merci, capitali, informazioni, immagini, culture: tutto si muove in ogni angolo del pianeta. Si producono spazi specifici, transnazionali, che tendono a superare la geografia politica degli stati-nazione. I confini si scompongono e si moltiplicano, si fanno eterogenei e mobili, e si ricostruiscono ovunque (Lazzarini 2015): questi processi sono all’originedella costruzione dello spazio globale, non certo come un mondo senza confini, ma come uno spazio segnato da una straordinaria proliferazione e disseminazione degli stessi confini.

Movimenti e flussi interrompono la corrispondenza fra individui, contesti sociali, territori, formazioni politiche (de-territorializzazione), ma contemporaneamente ricostruiscono nuove relazioni, connettendo spazi dislocati (ri- territorializzazione). Da questo punto di vista, la globalizzazione tende a disarticolare formazioni spaziali e teorie politiche consolidate. Mettendo in discussione la rappresentazione dello stato quale “contenitore” statico di fatti socio-politici, la globalizzazione chiede un approccio che sappia integrare il movimento entro un nuovo paradigma e si confronti con la disgiunzione incessante fra dinamiche territoriali e dinamiche dei flussi, tipiche del capitalismo. 

In questa diffusa mobilità globale, indubbiamente le migrazioni costituiscono un evento sociale, politico e antropologico di straordinaria portata. Sono oggi una delle forze più potenti nel configurare la società globale nel suo complesso. Esse non attraversano semplicemente i confini, violando gli spazi politici, ma ne determinano la ristrutturazione e la dislocazione, fino a ridisegnare confini e i territori stessi. 

Le migrazioni costituiscono uno straordinario “fattore di sovversione” (Sayad 2002: 370) rispetto all’ordine politico e sociale nazionale: una sfida innanzitutto epistemologica alla luce della quale guardare all’epoca globale assumendo il punto di vista della mobilità. Le migrazioni consentono di articolare una lettura politica della mobilità: le forme di resistenza e le pratiche di soggettivazione che i movimenti migratori mettono in atto sfidano le concezioni classiche della cittadinanza, nonché la pretesa inviolabilità dei confini. E in questo senso ci riferiamo non solo ai confini geopolitici, quali limiti esterni degli stati-nazionali, ma anche ai confini antropologici, immateriali, come le linee del colore, del genere, della classe sociale (Mezzadra 2004: 19), che, attraverso la loro riarticolazione, generano nuove forme di mobilità sociale, nonché inediti confinamenti.

Questo non significa rimuovere i regimi di violenza, discriminazione e sfruttamento che i migranti subiscono a livello globale (De Genova 2005): significa però valorizzare la dimensione attiva, la capacità soggettiva di agire, di mobilitare energie soggettive entro dispositivi di potere, forze strutturali e processi globali. Un’interpretazione politica delle pratiche di mobilità, decostruendo il codice nazionale entro cui il politico si istituzionalizza in un territorio in base a criteri di appartenenza e gerarchie, mette in discussione quel “nazionalismo metodologico”,che identifica nella relazione nazione/stato/ territorio la forma politica, sociale e culturale. 

Ma attraversare i confini, muoversi, transitare sono condizioni che delineano anche un altro racconto della contemporaneità. In questo racconto si dispiega una sorta di “principio migrazione”, come lo chiama Guido Boffi (2014: 101), quel principio che fugge territorializzazioni, stanzialità, appropriazioni definitive, rifiuta totalizzazioni identitarie, miti dell’ origine, e rigenera in questo modo relazioni, possibilità di conflitto e nuove contronarrazioni. Iscritto entro ordini spaziali saldi e confini, il discorso politico viene scompaginato nelle sue categorie fondamentali da questi spostamenti, movimenti e trasmigrazioni. È in questa cornice che la cittadinanza chiede di essere ripensata, reinventata. 

 

La tensione fra cittadinanza e democrazia

Il concetto di cittadinanza negli ultimi anni è stato oggetto di una rilettura critica tesa a produrre un’estensione teorica e semantica, che valorizzi la sua natura di campo di tensioni e di rivendicazioni. 

Il primo presupposto di tale reinvenzione consiste nel riconoscere che la relazione che la cittadinanza intrattiene con lo stato-nazione non è affatto costitutiva, ma contingente e soprattutto storica: pertanto le forme della cittadinanza e le “posizioni” dei soggetti sono le più diverse. 

Se è vero che le istituzioni, le pratiche e le esperienze che oggi chiamiamo “cittadinanza” assumono una forma prevalentemente nazionale, non è scontato che la cittadinanza possa essere assicurata non solo all’interno dei confini nazionali ma anche oltre e attraverso di essi, fino ad affermare forme di cittadinanza post-nazionale o transnazionale. Peraltro una concezione transnazionale della cittadinanza non compromette il legame di appartenenza a specifiche comunità politiche, ma consente una crescente pluralizzazione delle stesse, che risulta dalla sovrapposizione di comunità particolari (Bauböck 1994). 

Le relazioni transfrontaliere sono sempre esistite, ma mai come oggi la loro pervasività e la loro intensità si sono manifestate: ci si trova in qualche modo coinvolti entro sistemi di interazioni che attraversano i confini nazionali. Non solo i movimenti transfrontalieri di persone, ma anche i flussi di beni di consumo, denaro, crimine, informazioni, musica, malattie, religioni, si trovano oggi a essere meno vincolati dai parametri territoriali e istituzionali dei singoli stati-nazione di quanto non lo fossero anche solo pochi decenni fa. 

Nel caso della cittadinanza, superare la perimetrazione nazionale, significa ampliare lo spettro delle sue esperienze e dei suoi significati. Caratterizzare pratiche, istituzioni o esperienze nel linguaggio della cittadinanza significa offrire loro un riconoscimento politico e un valore sociale sostanziali.Per questo, nei dibattiti scientifici, ma anche fra gli attivisti politici, si verifica una rincorsa a caratterizzare pratiche, istituzioni ed esperienze come forme di “cittadinanza”. Perché la loro espressione nella lingua della cittadinanza costituisce un atto politico legittimante. Il linguaggio è lo spazio simbolicodell’agone politico, ma anche della possibilità della sua innovazione: lo spazio in cui prendono forma, spesso in modi provvisori o non senza improvvisazioni, gli sforzi di riformulare, di rinominare termini e concetti politici come premessa per articolare la trasformazione politica tout court.

La nozione di cittadinanza è coinvolta in questo processo di rilettura teorica e politica il cui esito appare tuttora aperto. La prospettiva di sviluppo di tale processo potrebbe consolidare la dilatazione semantica che si sta affermando nei dibattiti sulla cittadinanza o problematizzare in termini più radicali l’uso di questa nozione, come di altre categorie politiche moderne. 

Capita sovente che la forma dei concetti attraversi i tempi storici, ma appaia via via inadeguata ad accogliere nuovi contenuti. In questo senso, è possibile fare riferimento alla metafora della “fossilizzazione strutturale”, come suggerisce Enrica Rigo (2013: 122): il processo mediante il quale, in natura, la forma di un organismo prima vivente viene riempita da un nuovo contenuto, inadeguato alla forma rinvenuta, trova un equivalente interessante nel diritto. La metafora della “fossilizzazione strutturale” è molto efficace nel rappresentare il problema che incontra la nozione di cittadinanza: sgomberare le forme dalle sedimentazioni teoriche, giuridiche, sociali e politiche del tempo appare un compito davvero arduo. 

Tenendo presenti, ma in qualche modo lasciando sullo sfondo questi presupposti, per comprendere l’evoluzione che l’esperienza della cittadinanza sta attraversando, è importante riconoscere un nodo teorico essenziale: il vincolo esistente fra cittadinanza e democrazia. La tensione dialettica che, fin dalle origini, la cittadinanza istituisce con la democrazia appare inscindibile: come scrive Étienne Balibar (2012: 12), “è la democrazia che rende l’istituzione della cittadinanza problematica”.

La cittadinanza nomina la relazione che il soggetto istituisce con l’ordine politico-giuridico nel quale s’inserisce, definisce i modi della sua appartenenza alla collettività politica, nonché diritti e doveri che caratterizzano la sua condizione. Questa relazione prende forma secondo una precisa direzione: dal basso verso l’alto. Seguire questa direzione del movimento, dal basso verso l’alto, consente di concentrare l’attenzione sul processo di costruzione della cittadinanza. Non solo: cittadinanza e confini sono nozioni correlative. La cittadinanza individua la posizione del soggetto rispetto all’ordine politico e giuridico, i confini circoscrivono i perimetri dello stesso, definendo un dentro e un fuori (Costa 1999: 43). Ma qui emerge in tutta la sua complessità il problema dell’esclusione dalla cittadinanza. Appare infatti problematica l’affermazione di una mera e netta distinzione fra la figura compatta del cittadino e quella dell’escluso dalla cittadinanza: il confine fra inclusione ed esclusione si complessifica nella direzione di una moltiplicazione e frammentazione di status e di posizioni diverse che identificano forme di cittadinanza parziale. Non semplice opposizione binaria fra dentro e fuori, ma combinazioni di volta in volta cangianti fra gradazioni diverse di inclusione ed esclusione, fra negoziazioni e contestazioni: questa forma di “inclusione differenziale”, secondo l’espressione di Mezzadra e Neilson (2014), è effetto della moltiplicazione, disseminazione e differenziazione dei confini nell’epoca contemporanea. La dicotomia dentro/fuori, che la nozione di confine evoca, diventa una trappola epistemologica che non consente di comprendere la complessità del tempo presente, che si lascia leggere solo “fuori dalla linea” (Ceruti 2015: 144-146). 

In questo contesto è possibile problematizzare anche la distinzione fra lo statuto formale della cittadinanza, la sua cornice istituzionale, e il movimento che la costituisce, che comprende anche le lotte di soggetti che sono esclusi o inclusi in modo differenziale, incompleto, subordinato. “Costituzione e insurrezione” diventano le due polarità attorno alle quali prende forma il processo di costruzione della cittadinanza (Balibar 2012: 47-50; 170). In un certo senso, la cittadinanza diventa precisamente il processo con cui si accede a essa. 

La rivendicazione di diritti, di libertà e di eguaglianza, nella storia della cittadinanza moderna, assume un carattere rivoluzionario, ma sa esprimersi anche entro una molteplicità di forme istituzionali e cornici normative. La comunità politica sorge dall’articolazione della cittadinanza con differenti modalità di insurrezione e di conquista dell’universalità dei diritti. La storia della cittadinanza è una storia di conflitto delle istituzioni, che si sviluppa da una forma all’altra, di volta in volta ampliando e restringendo spazi di eguaglianza e libertà. 

La cittadinanza è in questo senso un campo di forze e di tensioni: essa è attraversata dalle lotte che riguardano in particolare la contestazione dei suoi confini (le frontiere degli stati, ma anche gli assi di differenziazione antropologica di sesso, razza, età, classe, ricchezza, capacità etc.) da parte di chi si vede escluso o incluso parzialmente, in forme subordinate. 

L’odierna multidimensionalità della cittadinanza suscita numerosi dibattiti, che si concentrano su aspetti diversi, come la dialettica fra la forma giuridica e le pratiche, fra la natura nazionale e post-nazionale, formale o sostanziale della cittadinanza. Intanto nuovi attori, nuovi spazi di possibilità e l’intreccio di altrettanto nuove scalarità emergono e disegnano un quadro estremamente più eterogeneo, entro il quale la cittadinanza è agita non soltanto come appartenenza, ma nella forma della rivendicazione di diritti.

Irrompono sulla scena politica gli “atti di cittadinanza”, come li chiama Engin Isin (2012; 2009; 2008; 2002). Migranti, lavoratori stranieri, cittadini privi di riconoscimento formale, mettono in discussione la figura compatta del cittadino, apparentemente contraddistinta da un’unica solida appartenenza (nazionale), evidenziando così i “limiti” (giuridici, politici e sociali) di tale forma di cittadinanza (Soysal 1994).

Questi atti accadono entro luoghi inediti di contestazione, di identificazione e di lotta: non solo gli spazi tradizionali in cui la cittadinanza prende forma, come confini e frontiere, strade e tribunali, ma anche reti, media e corpi sono attraversati da pratiche e linguaggi nuovi di rivendicazione. Attraverso questi atti, inoltre, si sovrappongono appartenenze, identificazioni e lotte che si muovono attraverso le scale urbane, regionali, nazionali, transnazionali, internazionali (Isin 2009: 371). 

Questa prospettiva enfatizza la dimensione attiva, la dimensione performativa (Butler 2013; 2009), relativa al fare: è la capacità di agire (questi “acts of citizenship”, appunto) che in un certo senso “costituisce” i soggetti come cittadini. Gli atti di cittadinanza inoltre segnano un evento di rottura: rompono pratiche e modi d’uso consolidati, modi di agire e pensare prestabiliti. Introducono una discontinuità capace di attualizzare l’imprevisto nelle forme della resistenza, del conflitto, o anche della sottomissione.

Mettendo in scena atti di cittadinanza, questi soggetti, che non sono formalmente riconosciuti come cittadini, agiscono da cittadini. É quindi possibile parlare, sul piano analitico e teorico, di “cittadinanza dei non cittadini”. 

A questo proposito, pur all’interno di una cornice precisa che è quella della storia della democrazia indiana, ParthaChatterjee (2006) sostiene come i movimenti e le lotte dei soggetti “subalterni” abbiano trovato forme di riconoscimento politico non legate all’ambito del diritto o delle procedure formali. L’esperienza indiana racconta lo scarto fra l’ immaginario nazionale (costruito intorno al discorso della cittadinanza e della sovranità) e i dispositivi che organizzano materialmente la vita quotidiana della popolazione. L’azione dei “subalterni” non costituirebbe una condizione prepolitica, bensì una pratica di soggettivazione collettiva assai rilevante. In questo senso, proprio questa esperienza popolare della politica, il modo in cui la democrazia è vissuta, subita e reinventata dai soggetti “subalterni”, è per Chatterjee assolutamente eterogenea rispetto allo statuto formale dei concetti moderni di cittadinanza e società civile.

Ancora una volta appare chiaro come la cittadinanza non sia un’istanza unitaria o monolitica, ma presenti notevoli ambiguità: essa attiene a una serie di istituzioni, appartenenze, esperienze e pratiche sociali che si intrecciano in modo fluido e scomposto. In questo senso, “la cittadinanza è un concetto diviso” (Bosniak 2006: 3).

In questa prospettiva, la cittadinanza emerge comeun’istituzione dinamica, intrinsecamente segnata dal movimento, che è incorporato entro le lotte sociali e politiche che la costituiscono. I soggetti che si muovono ai margini della cittadinanza, che agiscono da cittadini pur senza essere riconosciuti come tali, potrebbero finire per trasformare i confini stessi della cittadinanza (per tutti). All’interno della sfera pubblica odierna, segnata da una molteplicità di dimensioni dinamicamente connesse, agire da cittadini significa autoriconoscersi come soggetti che hanno il “diritto di rivendicare diritti” (Arendt 2009: 410-419).

Dal punto di vista teorico, questa prospettiva costringe a una torsione dello sguardo: dalle categorie statiche con cui sono state pensate la cittadinanza e le sue determinazioni nella modernità, alle lotte (agli atti) che costituiscono le forme stesse della cittadinanza. Riconoscere tale dimensione attiva consente di focalizzare l’attenzione proprio sul movimento che “costituisce” la cittadinanza, come processo di soggettivazione politica: la figura del cittadino contesta la staticità del corpo politico dato, forzandone i confini. La cittadinanza appare dunque un’istituzione dinamica, in cui il “movimento” gioca un ruolo cruciale sul piano epistemologico e politico. 

 

Dentro la città: nuove pratiche di cittadinanza 

Nella nostra riflessione la cittadinanza emerge come un concetto tutt’altro che unitario: l’enfasi sulle rivendicazioni, sulle pratiche di soggettivazione e sulle aspirazioni colloca la cittadinanza ben oltre il suo statuto formale e giuridico, anche quando lo stato-nazione resta il quadro di riferimento implicito.

Proprio il progressivo sgretolamento dei rapporti tradizionali fra società e territorio nazionale, genera inedite possibilità di apertura teoriche e pratiche che accadono soprattutto entro spazi subnazionali. Oggi, in particolare, le città costituiscono lo spazio espressivo di queste emergenti forme di cittadinanza. La dimensione locale, urbana, diventa lo spazio in cui si sperimentano esperienze di cittadinanza capaci di andare oltre l’ambito nazionale. 

Ciò non stupisce se consideriamo l’origine urbana della cittadinanza, nonché la storicità del legame che, da un certo momento in poi, essa ha intrattenuto con la nazionalità e lo stato nazionale. La città è stata storicamente una grande incubatrice di progetti di emancipazione, di lotte, di disegni utopici. Non solo terreno di battaglie e rivendicazioni, ma spazio materiale e simbolico in grado di produrre un immaginario politico. 

Per questa ragione, Pietro Costa, nella sua importante ricostruzione storico-giuridica, insiste nel rilevare l’origine eminentemente urbana della cittadinanza: la stessa etimologia del termine (in italiano come in molte lingue europee) “non evoca lo Stato, ma la città che, dalla Grecia antica fino alle soglie della modernità, si propone come l’organizzazione politica per eccellenza” (Costa 2005: 7-8). Pertanto proprio la città, e non lo stato nazionale, è la forma politica, sociale, economica all’origine del discorso politico occidentale, dei suoi linguaggi, delle sue istituzioni, delle sue pratiche, e continua a rappresentarne un punto di riferimento imprescindibile. Oggi le città diventano spazi cruciali della globalizzazione: nelle città, infatti, i processi globali assumono forme concrete, localizzate. Dentro le città la globalizzazione accade localmente (Lazzarini 2013).

Proprio a partire dal nesso fra cittadinanza e democrazia, la città continua a costituire uno spazio politico materiale e simbolico di grande interesse: se la democrazia rappresentativa mostra le sue fatiche, nella transizione globale, proprio la città, non più lo stato nazionale, diventa crocevia e matrice di esperienze politiche nuove, di forme di cittadinanza emergenti, di inedite pratiche di democrazia. 

Molteplici sono le trasformazioni e i contraccolpi che i processi globali generano nel tessuto urbano: il modello urbano oggi è reticolare, una rete di reti (Perulli 2007); presenta sovrapposizioni funzionali e strutturali; intreccia principi, forme organizzative e morfologie diverse, così come spazi e tempi profondamente diversi. La presenza di diverse scalarità che organizzano spazi di governo e giurisdizioni, il governo delle mobilità globali, la portata enorme dei problemi posti dall’incontro di culture, lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie della comunicazione, sfidano la politica, i suoi linguaggi e le sue pratiche. L’indebolimento del paradigma politico moderno fondato sul nesso fra spazio politico, sovranità e territorio, il neoliberalismo come teoria e pratica di ristrutturazione dei sistemi di potere, la finanziarizzazione del capitalismo, ridefiniscono spazi e istituzioni della politica, producendo una progressiva erosione dei meccanismi rappresentativi della democrazia.

In questa prospettiva è possibile riconoscere nella dimensione locale, nella città, in particolare nella grande metropoli globale, l’epicentro delle trasformazioni della cittadinanza, uno spazio decisivo di ridefinizione dei suoi confini e della sua incessante reinvenzione. La città, più che lo stato nazionale, può generare senso di appartenenza materiale e simbolico e dunque corrispondenti posizionamenti socio-spaziali: per queste ragioni, è possibile immaginare nuove forme di “cittadinanza urbana”. Ciò accade anche perché l’esperienza urbana possiede in sé forti potenzialità politiche (Lazzarini 2011): la presenza di esperienze associative e di pratiche partecipative, di movimenti sociali e politici, di organizzazioni e reti, di luoghi fisici di memoria delle rivendicazioni e delle lotte del passato, fanno delle città dei luoghi di coagulo sociale e politico assai interessanti. Inoltre le città diventano anche spazi di convergenza per istanze e reti di movimenti transnazionali che, anche grazie alle nuove tecnologie, eccedono i confini urbani per diventare punti di intersezione fra locale e globale. Azioni politiche apparentemente confinate entro dimensioni locali sono in realtà connesse a organizzazioni che operano presso reti di città, che coinvolgono attori politici transnazionali.

In questo senso, le città sono caratterizzate da una vivace densità politica (Amin, Thrift 2005) che può alimentare la stessa prassi democratica. Questo vale in modo particolare per le città europee, che auspichiamo possono diventare “un laboratorio di ricomposizione della politica in Europa” (Le Galès 2006: 268), un “cantiere della democrazia” (Balibar 2004: 215-224). Ciò che la cittadinanza urbana dischiude è uno spazio politico informale e dinamico in cui cominciano a esprimersi come forza sociale soggetti non formalmente riconosciuti, invisibili alla lente del “contenitore” nazionale (Sassen 2008a; 2008b): come si diceva prima, si muovono e prendono forma anche esperienze di “cittadinanza dei non cittadini”. 

Il riconoscimento formale, necessario per esercitare i propri diritti politici a livello nazionale, appare secondario entro lo spazio politico urbano, che è in grado di accogliere ed esibire una molteplicità di pratiche e azioni politiche, di esperienze e di atti di cittadinanza. Gli ambiti nei quali queste si esercitano sono i più diversi: lotte transfrontaliere per i diritti umani, salvaguardia e cura dell’ambiente, controllo delle armi, diritti delle donne, diritti del lavoro, diritti delle minoranze (per provenienza etnica o nazionale, per credo religioso, per orientamento sessuale, per appartenenze culturali etc.). 

Inoltre il contesto urbano è lo spazio d’elezione per esercitare il “diritto alla città” (Lefebvre 1978), per esprimere la possibilità da parte dei cittadini di appropriarsi dello spazio urbano, inteso nelle sue molteplici dimensioni (materiali e immateriali, relazionali e simboliche), per prendere parte al processo della sua produzione: rivendicare il “diritto alla città” significa reclamare il diritto alla produzione democratica della città da parte dei suoi abitanti (che è oggi sempre più terreno di gioco dei grandi poteri dell’economia e della finanza), nella direzione di una vita urbana più libera e giusta. 

Queste pratiche di cittadinanza dispiegano lo spazio politico della città, in cui è possibile la formazione di nuove soggettività politiche. Pur riconoscendo come il nesso fra cittadinanza e democrazia possa essere risignificato nell’esperienza urbana, è necessario rilevare come altre forze strutturali si oppongano a queste dinamiche. 

Il capitalismo globale gioca un ruolo importante nella decomposizione della cittadinanza sociale, modellando, attraverso la moltiplicazione e ristrutturazione dei confini, la costruzione di una geografia globale dell’accumulazione e dellosfruttamento (Mezzadra, Neilson 2014), e smantellando proprio quelle istituzioni che avevano garantito sicurezza sociale e solidarietà. L’azione del neoliberalismo è contraddistinta da una sapiente combinazione di deregolazione e disimpegno dello stato rispetto a comparti quali produzione, istruzione, servizi, infrastrutture, e di un atteggiamento di ingerenza nel campodell’esistenza individuale (Brown 2005): entrambe queste azioni finiscono per ridisegnare i contorni del politico. Non solo: il capitalismo finanziario oggi costruisce città, chiede la loro crescita incontrollata, saturandole di contraddizioni (spaziali, economiche, sociali e politiche). Le città sono luoghi strategici di produzione e assorbimento dei capitali a motivo di quel legame distruttivo e perverso fra finanza, capitalismo globale e sviluppo urbano (Harvey 2012; 2013). Il capitalismo globale e l’approccio neoliberale della politica urbana hanno determinato profonde ristrutturazioni degli spazi urbani, nonché delle forme sociali e politiche.

L’aspetto più vistoso del processo di ridefinizione della cittadinanza riguarda ancora una volta l’esperienza migrante. L’arrivo e l’insediamento nelle città di migranti delinea una sorta di “via locale” alla cittadinanza reale. La “residenza”, il fatto di risiedere e abitare in una città, definisce l’esigibilità di alcuni diritti, la fruizione di taluni servizi (municipali, locali) e non la possibilità di accesso ai diritti e doveri che la cittadinanza formale sancisce. 

Sono soprattutto le grandi città globali l’arena in cui queste pratiche di cittadinanza trovano spazi espressivi e anche contesti favorevoli alla propria diffusione e espansione. E molteplici sono gli esempi che possono essere portati in questa prospettiva. 

James Holston (2008) riconosce esperienze simili analizzando le periferie brasiliane e soprattutto l’area metropolitana intorno a San Paolo. Questi luoghi raccontano di inediti processi di costruzione della cittadinanza urbana, a partire dalle rivendicazioni dei movimenti dei poveri che chiedendo diritti quali l’accesso alla casa, alla proprietà, servizi igienici, sanità pubblica, servizi educativi e sociali. Holston chiama queste esperienze “insurgentcitizenship”: forme “emergenti”, “insorgenti” di cittadinanza, in qualche modo “sovversive” rispetto ai percorsi formali. 

In una direzione simile si muove anche Arjun Appadurai (2014), analizzando la condizione dei poveri di Mumbai, una popolazione enorme che vive in condizioni di insicurezza e povertà estreme, senza accesso ai servizi essenziali (come l’acqua corrente, l’elettricità, le tessere per gli alimenti di prima necessità etc.) e che pure è una componente essenziale della forza lavoro urbana. Nella sua analisi, Appadurai si riferisce ai poveri di Mumbai con l’espressione “nuda cittadinanza” (Appadurai 2014: 159), che coglie la loro condizione estrema di privazione, di “esposizione” e di invisibilità nei confronti della legge e dei diritti fondamentali. 

A proposito di questa popolazione di “subalterni” (“intoccabili”, contadini senza terra o espulsi dalle campagne, abitanti degli slum), su cui si esercitano le tecniche governamentali,Chatterjee (2006) parla di “società politica”, per distinguerla dalla “società civile”, quale effetto del moderno discorso della cittadinanza e delle sue istituzioni. 

A Mumbai, in particolare, l’alloggio e la sua mancanza sono al centro delle mobilitazioni dei poveri, delle lotte per la rivendicazione dei servizi urbani, delle attività organizzate di queste comunità accompagnate da crescita di consapevolezza dei diritti e diffusione di capacitazioni (intese soprattutto in termini costruzione di reti di relazioni e di processi di negoziazione con una molteplicità di soggetti e attori diversi). Il “diritto alla città” si sta faticosamente reinventando proprio nelle periferie del sud del mondo globale e tale rivendicazione di cittadinanza sembra accompagnare una trasformazione politica, generando un ampliamento o un approfondimento stesso di democrazia.

Infine, Saskia Sassen (2008a; 2008b; 2002), proprio parlando di esperienze e pratiche di cittadinanza, distingue due forme di cittadinanza locale. Da una parte ci sono i “cittadini informali”, non legalmente regolarizzati ma riconosciuti, come è il caso dei migranti che risiedono stabilmente in una comunità e vi partecipano come cittadini (pur senza esserlo), sono coinvolti in senso “civico” nella vita locale; dall’altra parte ci sono “cittadini formali”, legalmente legittimati e, tuttavia, non pienamente riconosciuti in quanto soggetti politici. In questa seconda categoria Sassen colloca, in particolare, gruppi di donne (le Madri di Plaza de Majoo quelle di Santiago). 

Queste storie raccontano di una “via locale” alla cittadinanza: una cittadinanza urbana, basata sulla residenza; una cittadinanza che, sfidando la correlazione univoca fra cittadinanza sociale e appartenenza nazionale, reinterpreta i diritti di partecipazione e rappresentanza entro un quadro più ampio di riferimenti. Ancora una volta appare chiaro come l’erosione dell’ambito nazionale lasci emergere molteplici possibilità di sperimentare forme inedite di cittadinanza. 

 

Oltre la cittadinanza?

Le trasformazioni dei confini così come le migrazioni contemporanee compromettono gli assunti per i quali, nello stato-nazione, la cittadinanza è stata la categoria entro cui declinare l’eguaglianza dei diritti e il territorio l’area abitata da una comunità stabile. Allo stesso tempo, interpretare la cittadinanza non semplicemente come uno status, ma come uno spazio di conflitto e di movimento, fondato sull’estensione dei diritti, non significa negare la sua dimensione normativa: la cittadinanza emerge nella tensione fra dimensione processuale/ conflittuale e dimensione normativa.

La diffusione del dibattito sulla cittadinanza è forse un sintomo della crisi epistemologica e politica che attraversa questa categoria. Ecco la proliferazione degli aggettivi impegnati a specificarne l’azione, la declinazione o la prospettiva secondo la quale diventa possibile pensarla. La cittadinanza, dunque, è connotata di volta in volta come “attiva”, “divisa”, “multipla”, “parziale”, “informale”, “confinata”, “nuda”, “imperfetta”,“nazionale”, “post-nazionale”, “trans-nazionale”. 

La cittadinanza emerge come un progetto in costruzione e ricostruzione permanente, entro il quale è decisivo il processo con cui si definiscono le modalità di accesso ai diritti. È una costruzione di natura pratica, una forma instabile, un percorso dall’esito incerto.

La sfida posta dalle migrazioni e dalle mobilità globali, da uomini e donne migranti che, violando i confini e riarticolandoli, decostruiscono l’ordine politico e giuridico, resta aperta: essa riguarda la legittimazione democratica che nella modernità ha assunto la forma della cittadinanza. Oggi proprio tale legittimazione deve essere ripensata di fronte alla mobilità, al movimento. Nonostante l’apertura teorica e pratica cui è stata sottoposta la nozione, la cittadinanza, in particolare se colta nel nesso che intrattiene con la democrazia, fatica ad articolare in una forma istituzionale le istanze di cui le migrazioni, la mobilità e la deterritorializzazione globali sono interpreti. Sembra che, in questa apertura, il concetto di cittadinanza sia in qualche misura saturato: tanto ampio da contenere le molteplici frammentazioni degli odierni spazi e delle esperienze di cittadinanza, tanto angusto da riaffermare regimi di confinamento o di inclusione differenziale, linee di demarcazione materiali e immateriali, volte a circoscrivere l’ambito di esercizio. 

Lo stesso Chatterjee mostra come, sia le pratiche di rivendicazione e le forme di soggettivazione, sia le discipline di assoggettamento si pongono in qualche modo già oltre la cittadinanza. Nella direzione di delineare possibilità e limiti della costruzione di nuove soggettività politiche.

Resta uno scarto fra le teorie della cittadinanza e le pratiche sociali, le rivendicazioni di eguaglianza e libertà agite dai soggetti esclusi o inclusi parzialmente. Lo scarto “epistemologico” è costituito dal movimento: la reinvenzione della cittadinanza, come di altre categorie politiche moderne, deve assumere il movimento come chiave di volta euristica per ricostruire quella legittimazione democratica, che ha preso il nome di cittadinanza. 

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DOI: 10.12893/gjcpi.2018.1.7

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Anna Lazzarini

Dipartimento di comunicazione, arti e media

IULM University (Italy)

La via locale alla cittadinanza globale: una sfida epistemologica e politica

Abstract: Rethinking the concept of citizenship means understanding the historical nature of the relationship between citizenship and nation-state and going beyond the definition of a formal and legal status, such as the membership to a political system. In the global era, citizenship undergoes a process of deterritorialization that produces a fragmentation and multiplication of forms, figures and experiences. The text aims at illustrating that citizenship is a field of tensions: it is crossed by the struggles, specially concerning the violation of its borders, of individuals who are excluded or includedin a differentiated or subordinate way. These “acts of citizenship” are acts through which individuals become, make themselves citizens. At the same time, interpreting citizenship not only as a formal status, but as a space of conflict and movement, based on the extension of rights, does not mean denying its normative dimension: citizenship emerges between normative and processual dimension. Citizenship is a project in continuous construction and reconstruction, producing the possibility of access to rights. When considered as a process of political subjectivation, citizenship is a dynamic, ever-changing institution. Today, in particular, cities are the crucial space of new emerging forms of citizenship.

 

Keywords: citizenship, globalization, city, movement, democracy.