ISSN 2283 - 7949

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Issue 2018, 3

Alcune note su “Défense de la modernité” di Alain Touraine

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di Davide Cadeddu

 

 

 

È un invito alla politica, attiva e responsabile. È un inno alla storia, come atto di creazione, su cui riflettere e dal quale partire, allo scopo di generare consapevolmente nuova storia: questo, senza dubbio alcuno, è il carattere determinante di Défense de la modernité (Paris: Éditions du Seuil, 2018) di Alain Touraine. 

Dopo aver dedicato per anni studi al tema del lavoro e a quello dei movimenti sociali, con la pubblicazione di La fin des sociétés (2013) e di Nous, sujets humains (2015) l’autore sembra aver intrapreso una riflessione che cerca in principi individualistici e al tempo stesso universali la via più adeguata per ripensare gli ideali sociali. L’ispirazione generale di Touraine rimane senz’altro l’interesse per la sociologia degli attori (con la loro libertà, uguaglianza e dignità) rispetto a quella dei sistemi (con i loro gruppi di interesse, profitti e poteri) e profonda continua a essere la sua convinzione che il fine delle scienze sociali sia individuare le leggi dei comportamenti individuali e collettivi degli esseri umani.

Alla fiducia nella natura umana è attribuito, come in Critique de la modernité (1992), il nome di “modernità”. Tendono a mutare o a precisarsi, però, nella riflessione dell’autore, gli aspetti che la contraddistinguono: l’eliminazione dell’unità imposta dal sacro, l’abolizione della distanza tra azione strumentale e consapevolezza della stessa, e la creazione progressiva di una società di cittadini depositari di diritti. 

La modernità di Alain Touraine, in particolare, è definita attraverso l’interdipendenza di tre elementi: la creazione di una civiltà materiale, lo sviluppo della coscienza della propria creatività storica e l’esistenza di una conflittualità sociale tra possidenti e non possidenti. Egli rifiuta di cercare esclusivamente nella base economica o in quella culturale o in quella politica la spiegazione dei cambiamenti storici, bensì afferma il legame indissolubile, proprio di qualsiasi società moderna, tra civiltà materiale, interpretazione collettiva della propria creatività e conflitto sociale tra dominanti e dominati nel contesto lavorativo.

La fiducia profonda dell’autore nelle capacità degli esseri umani non va confusa, tuttavia, come una sorta di fideismo: gli è ben presente la possibilità di inadeguatezza rispetto alle sfide del futuro, soprattutto a causa della incapacità dei regimi politici dominanti di prendere decisioni.

In generale, ciò che lo inquieta non è la difficoltà di queste scelte, bensì l’atteggiamento diffuso di sfiducia nelle possibilità di intervento da parte degli attori sociali. Questa sfiducia viene individuata, per esempio, anche nella definizione di ‘modernità liquida’ di Zygmunt Bauman, il quale si sarebbe rivelato più nichilista e impressionista che critico e militante, come se la speranza nelle scienze sociali fosse stata da lui infine abbandonata. L’esperienza del totalitarismo – suggerisce Touraine – non deve però scoraggiarci, bensì invitarci a trovare nella “ipermodernità” le forze con cui l’essere umano può liberare sé stesso, comprendendo le nuove opportunità culturali offerte dalle nuove capacità creatrici. Nella società ipermoderna il potere, prima di essere economico e politico, è culturale, perché la comunicazione di informazioni muta i comportamenti degli individui, i loro atteggiamenti e le loro rappresentazioni dell’esistente.

In polemica con i profeti della ‘crisi della modernità’, della ‘società postmoderna’ e della ‘società liquida’, con questo libro Touraine descrive l’avvento di una nuova società, che egli denomina ‘ipermoderna’. Il mondo moderno in cui viviamo ha coscienza della propria modernità e, pertanto, si è trasformato da spazio abitato da creature, in luogo generato da creatori. La società che stiamo costituendo, abbandonando quella industriale, è contraddistinta, secondo l’autore, da una civiltà ipermoderna, definibile per la ‘piena e diretta’ coscienza di essere creatrice di sé stessa: scopo della nuova civiltà non è creare nuovi mezzi di creatività, bensì creare creatività. La società ipermoderna produce creatività e proprio questa è la ragione per cui il ruolo dell’educazione dovrà avere, secondo Touraine, la stessa importanza che ricopriva, nella società precedente, la produzione industriale. È la coscienza ‘piena, intera e soprattutto diretta’ della creatività umana che costituisce, nella società ipermoderna, la base dell’azione sociale. 

Se, nellaprima parte dell’opera, l’autore si dedica alla dissoluzione di quel determinismo che – per la sua natura religiosa o economica o funzionale – incatena le possibilità di azione creativa dell’essere umano; e nella seconda parte si rivolge a descrivere i tratti della società ipermoderna; nell’ultima, ragionando sul passaggio dalla società industriale a quella ipermoderna, egli osserva come i movimenti e le forze politiche debbano necessariamente agire a livello globale, difendendo i diritti fondamentali di libertà, eguaglianza e dignità dell’essere umano, prima ancora che i suoi interessi peculiari, al fine di resistere ai poteri culturali totali.

Il mondo del ventunesimo secolo – diviso secondo l’autore in tre aree geopolitiche, corrispondenti a regimi autoritari, identitari e capitalisti – sta diventando luogo di scontro tra soggettivizzazione (rispetto dei diritti umani fondamentali) e desogettivizzazione (negazione progressiva di questi diritti). Affinché si possa guidare politicamente il mondo, occorre ridare fiducia alle scienze sociali e costituire nuovi movimenti sociali con scopi culturali e democratici: obiettivo è il riconoscimento dei diritti, attraverso la subordinazione di tutte le istituzioni al processo di soggettivizzazione. Contro chi si limita ad affermare che le nuove tecnologie creano nuovi poteri e forme di dominio, Touraine ricorda che le scienze umane dovrebbero farci capire la possibilità di vittoria del soggetto su un sistema presentato come ineluttabilmente determinato.

Egli desidera criticare, in particolare, il pensiero dominante alimentato dal determinismo economico, perché in verità la nostra situazione e i nostri comportamenti non sono dettati dalle leggi dell’economia. Al contrario, le ingiustizie e le diseguaglianze sono l’effetto di leggi che noi stessi abbiamo scritto e promulgato. Condividendo la posizione espressa da Joseph Stiglitz, secondo l’autore l’origine del problema sta nelle politiche pubbliche che hanno portato a mercificare e corrompere le nostre democrazie e, al fine di sgombrare il campo dalle leggi deterministiche dell’economia, l’unica prospettiva valida risulta essere quella storica. 

Touraine auspica, pertanto, l’avvento di un nuovo umanesimo, dominato – potremmo dire così – da un nuovo homo faber, in grado di assumersi una responsabilità che da individuale si trasformi in sociale e di comunicare con l’altro per comprendere e farsi comprendere all’interno di una dinamica mutualmente educativa. L’homo deus di Yuval Noah Harari è così sostituito dal sujet di Alain Touraine, che cerca la propria dignità nella storia e crea sé stesso e i propri diritti. La natura umana, in effetti, consiste soprattutto nel generare storia. Siamo sì creature naturali, ma al tempo stesso creati dalla storia e creatori di storia.

DOI: 10.12893/gjcpi.2018.3.71

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