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ISSN 2283-7949

 

 

 

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Issue 2016, 3

Il Concetto di "Hyperobject" nella Geografia Contemporanea

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Abstract: The philosophical notion of Hyperobject, as proposed by Timothy Morton (2013), might be a useful tool to reframe some of the key issues in human-environment relationships. This new concept could bridge the ‘once sisters’ disciplines of philosophy and geography, proposing a new way to analyze the biggest environmental phenomena of our times. In this paper, we will define what Hyperobjects exactly are, starting with their philosophical roots and the implications for the discipline of geography: the traditional notion of “World” itself is going to be challenged. The aim of this paper is obviously not to write a complete list of every Hyperobject, but to start a catalogue of them. For this reason, to support our arguments, we will discuss some of the most evident examples of Hyperobjects, such as Global Warming, landscape, abandon and waste; an array of very different phenomena that share some common traits: they are all shaping the geographies of our time, and they all have what an object need to be considered an Hyperobject.

Keywords: Hyperobject, global warming, geography, philosophy, landscape.

Oltre l'Isolamento delle Discipline

Le transazioni disciplinari che stanno avvenendo nell’ultimo decennio non denotano una povertà concettuale e scientifica, ma una necessità, cioè quella di aprire le proprie frontiere e adeguarsi a ciò che David Harvey ha ben espresso quando, in una sua celebre opera, affermava la rottura degli schemi moderni in favore di un superamento di essi da parte della postmodernità (Harvey 2010). Questo passaggio non è un evento imprevedibile, ma il risultato di un percorso che culminato, per restare sui limiti possibili di questo arco, con Harvey stesso, aveva preso piede con il pensiero filosofico dirompente di Friederich Nietzsche, il quale nel corso della sua opera si era fatto carico di annunciare e mostrare la rottura di tutti i valori classici e moderni in favore di un lungo periodo di instabilità che sarebbe terminato solamente quando una nuova fase storica-disciplinare si fosse palesata. Si ritiene che quel momento sia arrivato. Infatti, sempre in continuità con quanto si sta spiegando, si possono prendere come esempio lampante due discipline che da sempre sono state legate da un vincolo fraterno, direbbe Franco Farinelli, e che nel corso del Novecento e nei primi anni del nuovo Millennio stanno riscoprendo possibilità di dialogo e di collaborazione1. Questa graduale apertura concettuale e disciplinale si è evoluta attraverso la necessità di ripensare sotto più aspetti e forme concetti chiave del rapporto tra uomo e spazio e in particolare, usando le parole di Heidegger, l’abitare dell’essere umano sulla terra, che non appare più come una mera ovvietà, ma viene messa in dubbio e in questione prima dalla crisi dei valori e successivamente dagli eventi storici e scientifici che hanno caratterizzato quello che Hobsbawm ha chiamato “il secolo breve”. Il legame tra le due discipline è radicato nella storia, come ricorda Farinelli (2012), parte si origina nel pensiero greco classico per poi passare da Immanuel Kant e Alexander von Humboldt, sino a concretizzarsi e ri-mostrarsi negli autori precedentemente citati. L’eredità lasciata dalla postmodernità, ormai nella sua fase declinante, è la necessità di trovare, pensare o elaborare nuove forme interpretative in grado di rispondere alla crisi che la liquidità (Bauman) ha instillato persino nei capisaldi delle discipline. Ovviamente la crisi che non si può celare è quella di senso, come già annunciava in modo perentorio Edmund Husserl nella prima metà del Novecento parlando di “crisi delle scienze europee” (Husserl 2008). Non si vuole certamente mettere in dubbio il senso delle discipline stesse, bensì delle possibilità di trasformazione e gestione del pensiero e del reale a cui esse sono chiamate. La liquida postmodernità ha annullato le forme, e ha mostrato la necessità di una concettualizzazione in grado di rispondere ai problemi attuali e contemporanei irrigiditi dalle trasformazioni storiche, ambientali, climatiche e politiche. Si palesa dunque una necessità teoretica che abbia dei risvolti pratici, ma che sia in grado di interpretate il contemporaneo e la sua velocità metamorfica. Necessario è, inoltre, ripartire dal ripensamento dell’abitare umano sulla terra, quindi dal rapporto tra uomo e spazio, dopo la crisi e la rottura del grande contenitore qual era il mondo (Morton 2013; Heidegger 2002), perché si sa, in base a quanto ha scritto Heidegger, che abitare è la base del costruire e la base dell’abitare è il pensiero, quindi la capacità di capire e rispondere alla domanda di senso che l’uomo costantemente pone a se stesso e a ciò che lo circonda, affrontando i cambiamenti ecologici ed epocali che sono sempre più repentini. Le due sorelle, mai così vicine, devono ritrovare il comune fondo (Grund) sulla quale si basano e da lì ripartire. Un primo passo che qui si propone è quello di riprendere questo processo di integrazione disciplinare o di interdisciplinarietà di cui si è scritto, utile a rompere i confini e a smuovere da un certo isolamento la geografia e la filosofia, facendo ripartire il dialogo da un primo elemento teoretico, strumento importante per la lettura e l’analisi della realtà geografica, dunque per capire, comprendere e superare il concetto di mondo attraverso una profonda immersione in una nuova teoretica dello spazio. Questa si sviluppa a partire dalle teorie della OOO (Object-Oriented-Ontology), ideata e sviluppata inizialmente da Graham Harman (2002, 2007, 2011), ma qui si prenderanno in considerazione, principalmente, le teorie di Timothy Morton (2007, 2010) in particolare quelle sviluppate attorno al concetto di “hyperobject” (2013). Si ritiene che questo concetto possa essere importante se non fondamentale per il pensiero geografico, in quanto in grado di trasformarsi in uno strumento estremamente utile, duttile e di prospettiva per l’analisi e la comprensione, nonché la classificazione, dei nuovi problemi che la geografia deve affrontare con l’avanzare di una nuova stagione culturale successiva alla postmodernità, che tanto ha fatto produrre ai geografi. Con questo scritto si vuole invitare, inoltre, ad un maggior dialogo tra le discipline e in particolare tra la geografia e la filosofia così che dalla crisi possa nascere, parafrasando Holderlin, ciò che salva e che quindi dona senso e futuro. Si analizzerà, dunque, nel corso del paper la nozione di “iperoggetto” per come viene teorizzata da Timothy Morton procedendo poi ad una contestualizzazione tematica della teoria proposta attraverso degli esempi scelti tra i tanti possibili, perché più chiarificatori e di rapida comprensione e lettura rispetto ad altri, soprattutto a questo punto della ricerca. Gli esempi vogliono essere, inoltre, un tentativo di applicare, alle problematiche geografiche, la nozione chiave di questo paper, cioè quella di iperoggetto, al fine di iniziare a comporre una sorta di “catalogo” degli iperoggetti, così da avviare, se possibile, una nuova lettura dei problemi geografici attraverso un nuovo sguardo che integri metodi e problemi geografici a quelli filosofici.

La prospettiva più ampia a cui guarda questo articolo è la proposta di una “nuova geografia” che si rimetta in gioco, ridiscutendo e riflettendo nuovamente temi che spesso vengono considerati obsoleti e non degni di una trattazione teoretica. La crisi delle discipline, si è detto, è causata da una crisi di senso. Per questo potrebbe essere utile per la geografia, per ripartire, ripensare il senso delle proprie concettualizzazioni grazie anche a nuovi elementi che stanno emergendo in altri ambiti disciplinari, come porta l’esempio qui trattato della teoria degli “iperoggetti” di Morton. Attraverso l’analisi che si svilupperà nelle prossime pagine, l’intento è quello di sollecitare, grazie all’introduzione di un concetto filosofico in ambito geografico, il recupero di una grande qualità innata della geografia, cioè l’interdisciplinarietà.
 

“Hyperobject”: Una Nuova Categoria per la Geografia dopo la “Fine del Mondo”

A questo punto c’è da chiedersi che cosa sia un “hyperobject” e quali potenzialità emergano da questo nuovo strumento sviluppato da Morton (2013).

Parlare in questa sede di “hyperobject” – in italiano “iperoggetto” – e spiegarne le caratteristiche non è un compito banale, in quando richiede uno sforzo di sintesi notevole e di altrettanto grande ermeneusi per poter sviscerare il complesso processo teoretico di Timothy Morton.

Il filosofo americano definisce l’iperoggetto qualsiasi elemento “relativo a cose massivamente distribuite nello spazio e nel tempo e in relazione con i fattori umani” (Morton 2013: 1)2. Inoltre specifica che questi oggetti sono “iper” in quanto “in relazione con varie altre entità, indipendentemente dal fatto che esse siano o meno create dall’uomo” (ibidem). Essi non sono propriamente una categoria interpretativa, quanto degli (iper)oggetti stessi; essi esistono ed esistevano precedentemente alla loro definizione. In sostanza Morton si riconosce solamente la paternità del nome, come un novello Adamo. Gli iperoggetti sono elementi che, una volta individuati, pongono l’accento su quella che Morton stesso chiama la fine del mondo (Morton 2013: 6-8, 99-133). Questo concetto non è di sua invenzione, ma è ampiamente riconosciuto dal pensiero ecologico, quale elemento di rottura dell’incanto della natura come contenitore di risorse infinito. Lungi da intendere uno scenario apocalittico, almeno in questo caso, il filosofo si rifà a questa particolare espressione per intendere che una volta scoperti, o meglio riconosciuti e definiti gli iperoggetti, il concetto di “mondo” che ha guidato le interpretazioni e gli studi sino ad oggi, termina di esistere, o più precisamente deve essere reinterpretato e ridefinito, in quanto non lo si vedrà più come immagine interpretata e creata (Farinelli 2003, 2009), quindi distaccata da ciò che è più propriamente umano, ma chiederà una lettura del “nuovo” mondo, quale elemento inclusivo all’interno del quale sono rintracciabili, oltre le newtoniane nozioni di spazio e tempo (Morton 2013, 2016), oltre che gli oggetti anche gli iperoggetti (Morton 2013: 13-18). Morton dice senza perifrasi che “la scoperta degli iperoggetti e la OOO sono sintomi di uno scuotimento profondo dell’essere, un terremoto dell’essere”. E ancora con linguaggio metaforico: “il Titanic della Modernità colpisce l’iceberg degli iperoggetti”.Gli iperoggetti hanno “numerose caratteristiche in comune” (Morton 2013: 18) che li definiscono e ne fanno riconoscere le forme e le particolarità; essi sono un elemento in grado di far procedere le forme del pensiero e per loro stessa natura richiedono un approccio che non guardi ad una tradizionale visione per singole discipline, ma richiama fortemente la necessità di un metodo interdisciplinare che osi affrontare questa nuova emergenza. Il problema degli iperoggetti getta una nuova luce sulle forme interpretative del sapere, perché nella sua evidenza reale diviene anche uno strumento per chiamare, quindi interpretate e maneggiare, una serie di intricati e complessi problemi che precedentemente non erano considerati all’interno di questo ordine di idee e soprattutto piccoli e risolvibili questioni che sotto questa nuova luce si trasformano e svelano la loro profonda e a tratti disarmante (Morton 2016) complessità. Se il pensiero post-moderno aveva trovato nella nozione di “liquidità” e rottura delle barriere delle forme concettuali e interpretative la propria “rivoluzione”, con la definizione di iperoggetto compie un passo successivo. Facendo propria le particolarità della “liquidità”, questa nuova categoria cambia il proprio stato sublimando nettamente il liquido dei concetti portandolo ad uno stato gassoso, in quanto ridefinisce lo spazio e il tempo di appartenenza di certi problemi precedentemente ritenuti solamente contemporanei e localizzati in particolari zone del pianeta. Gli iperoggetti per Morton sono meno “oggetti”, nel senso di meno distaccati dall’uomo, di quanto lo possano essere concetti quali l’natura e l’ambiente. “Mondo è più o meno una parola-contenitore nella quale stanno o galleggiando cose oggettivate” (Morton 2013: 99) – rese oggetto. Il mondo diviene così una parola-scenario, immagine direbbe Farinelli, sul quale recitano-compaiono degli elementi, o in questo caso, gli iperoggetti, quali la biosfera, il clima – in particolare Morton si focalizza in questo caso sul problema del Global Warming che preferisce al concetto di Climate Change –, l’evoluzione, il capitalismo, e si possono aggiungere i rifiuti di varia natura prodotti dall’uomo, gli spazi-luoghi abbandonati e il paesaggio – quale elemento-risultato composto da vari strati di interazione tra natura e cultura (Marini 2015, 2016) –, tutti elementi complessi che fino questo punto non avevano soprattutto in campo geografico un termine o una categoria in grado di racchiuderli e problematizzarli senza che essi venissero in un qualche modo e senso banalizzati o ridotti a puri elementi. Il mondo, secondo l’analisi di Morton, è “una funzione di una serie complessa e di lunga durata di forme sociali”, che l’uomo ha costruito nel tempo a partire dall’invenzione dell’agricoltura (Morton 2013: 106; Morton 2016; Marini 2015, 2016). Le categorie-oggetto classiche – quali possono essere il mondo, la natura – vengono riconosciute come dei costrutti oggettivati, dei contenitori vuoti, che vanno scomposti e rianalizzati cercando di farli emergere non come oggetti cartesianamente studiabili, partecipanti della res cogitans, ma quali elementi contenuti in una serie di insiemi compartecipanti della complessità del reale. Per Morton, come per il pensiero della OOO, la natura e tutte queste “categorie vuote”, sono degli oggetti di cui bisogna ristabilire il valore e l’importanza, nonché l’appartenenza alla complessità del reale e quindi non più considerate come idee o come collezione inesauribile (stuff) di altre cose o idee, ma come elementi materiali, si può azzardare geografici che caratterizzano il reale e che da essi sono a loro volta strutturati i quali non hanno una dimensione diversa da ciò che è l’uomo che con essi co-esiste (Morton 2016) e, così facendo, lo descrivono (Morton 2013). Per questo qui si usa il termine geografici, in quanto danno nuova forza e valore al termine stesso, ridistribuendo il valore e le possibilità di analisi intorno ai problemi affrontati dalle discipline geografiche. Gli iperoggetti compongono e de-scrivono (-graphia) il mondo (geo-) quale elemento estremamente complesso, come insieme di oggetti e iperoggetti analizzabili attraverso un processo che unisca insieme sia un’indagine geografica sia una di tipo filosofico, che Morton stesso, probabilmente a seguito della terminologia deleuziana, ma non solo, chiama geofilosofia, esponendo chiaramente la necessità di questo tipo di analisi e approccio al problema degli iperoggetti (Morton 2013: 7).

La forza del concetto sviluppato da Morton si presenta inoltre nell’annullare, almeno in un certo senso, il concetto di mondo come background, nell’ottica che spezzando l’idea di immagine statica rendendola così dinamica e non rinchiudibile in semplicistiche definizioni, possa essa far risaltare la grande quantità di iperoggetti con cui quotidianamente l’uomo ha a che fare, ma che puntualmente non ha mai considerato tali. Se non c’è uno scenario non c’è nemmeno un palco e quindi i problemi – gli iperoggetti – emergono nella complessità (Morton 2013: 104).

“Gli iperoggetti sono qui, proprio qui nel mio spazio sociale ed esperienziale. Come volti adesi contro una finestra, loro mi guardano minacciosamente: la loro estrema prossimità è ciò che minaccia” (Morton 2013: 27). Gli iperoggetti sono più vicini di quanto appaiano allo specchio e la loro distanza risulta essere un inganno culturale costruito per difendere dalla loro vicinanza e dal loro essere elementi perturbanti. Essi si mostrano attraverso la loro ombra, attraverso le sfumature e punti espressivi in cui solo stando attenti si può essere in grado di riconoscerne il substrato e la complessità senza cadere nel mero riduzionismo semplicistico. Essi per quanto in relazione, spesso, con i fattori umani, esistono anche indipendentemente dal fatto che l’uomo li riconosca come tali. Sono elementi relazionali che espandono le proprie radici e i propri rami entrando così in contatto con tutto l’esistente.

Per riconoscere, definire e comprendere meglio questi tipi di oggetti, che secondo Morton sono propriamente detti e non sono una “somma di altri oggetti” (Morton 2013: 2), il filosofo individua 5 caratteristiche che fanno di un più comunemente detto oggetto un iperoggetto: 1) viscosità; 2) non-località; 3) temporalità ondulante; 4) una zona-dimensione propria; 5) interoggettività.

Di seguito si cercherà di descrivere brevemente queste caratteristiche così che possano risultare più chiare e intuibili nella loro applicazione.

1) Deve essere viscoso, cioè legato e relativo a più contesti, elementi e situazioni, oltre ad essere un problema-oggetto da cui non si può evadere e che non si può ignorare (Morton 2013: 27); 2) deve essere non-locale, cioè non deve essere individuabile in un solo punto nello spazio, ma deve essere distribuito in più istanti spaziali, oltre al fatto che le sue manifestazioni sono solamente dei punti che rappresentano l’oggetto-problema stesso e quindi devono ricondurre ad un oggetto più ampio e distribuito, quindi ad un iperoggetto. Non c’è l’oggetto in sé ma la manifestazione delle sue caratteristiche che lo descrivono o lo rendono tale, così che esse stesse non possono essere senza di esso (Morton 2013: 38); 3) la sua temporalità non deve essere fissa ma “ondulante”, cioè non si deve manifestare solo in un’epoca o in un momento della storia, ma deve essere riscontrabile in più fasi e deve avere delle ridondanze temporali, ma non per forza secondo intervalli riducibili ad uno schema preciso, ma l’oggetto-problema deve essere distribuito nel tempo e ogni manifestazione temporale non sarà altro che un oggetto che si rifà ad un iperoggetto che partecipa ad una dimensione temporale differente (Morton 2013: 55); 4) deve avere una sua regolarità e struttura, infatti non deve avere una dimensione temporale e una spaziale fisse, ma deve poter variare nelle sue forme di manifestazione sia per quantità sia per qualità eventuali, quindi deve possedere una propria forma di regolarità non per forza canonica, che ci appare attraverso le realizzazioni nello spazio e nel tempo dell’iperoggetto stesso, infatti “noi possiamo vedere solamente delle parti degli iperoggetti” (Morton 2013: 70) in un determinato spazio e tempo. Di un iperoggetto si possono cogliere solamente delle possibilità di variazione di manifestazione in un determinato spazio e tempo (Morton 2013: 71), in quanto questo ha una zona-dimensione che genera a sua volta una sorta di campo di forza che lo metta in relazione con il resto del reale; 5) infine un iperoggetto deve essere “inter-oggettivo” (Morton 2013: 81), cioè un’iperoggetto non è in uno spazio e in un tempo, ma oscilla e collega le sue manifestazioni che permettono il suo spostamento, ma che allo stesso tempo non ne riducano la complessità ad un elemento (manifestazione), richiamando di continuo gli altri e l’iperoggetto stesso. Gli oggetti sono risonanti tra di loro, in collegamento e in qualche modo partecipano uno dell’altro (Morton 2013: 82-84).

Questa nuova categoria emergente si radica perfettamente nella necessità contemporanea della definizione di nuovi parametri e nuovi elementi interpretativi. Questo momento di crisi di senso non può essere risolto completamente, ma certamente la teoria degli iperoggetti può dare nuova linfa vitale ad una serie di tipologie di analisi e di ricerca che tendevano alla stagnazione. La fine del mondo getta in una realtà non-conosciuta che deve essere ripensata a partire e soprattutto dai problemi che la contemporaneità si ritrova a dover affrontare. Questi, soprattutto per le dimensioni geografiche e filosofiche, hanno a che fare con il rapporto dell’uomo con lo spazio – il quale risulta ormai dimenticato ed annullato anche nella sua manifestazione identitaria del luogo (Morton 2016, Marini 2016) –, e sottolineano nella loro emergenza la gestione non proprio esemplare dell’abitare umano, in quanto l’homo sapiens ha smesso di, come direbbe Heidegger (2007), pensare, costruire e abitare, ma si è erto a dominatore di un mondo nel quale dovrebbe solamente con-vivere (Bonesio 2002, 2007). Ripartendo dalle problematiche espresse dal riconoscimento dell’esistenza degli iperoggetti, si può avviare un nuovo percorso che segua una forma etica ed estetica di convivenza (Morton 2016), che non dimentichi però le particolari dimensioni spaziali e temporali, quindi geografiche, di questi elementi così che essi possano fare da base per ricostruire l’abitare umano, riconoscendo in ciò che è perturbante (Uncanny) le caratteristiche del reale dopo la fine delle categorie classiche (Morton 2016).

 

Verso un Catalogo degli Iperoggetti

Capire l’esistenza e la complessità di questi nuovi elementi non è sufficiente, è necessario trovarne riscontro nella realtà, nella quotidianità così da poter iniziare un catalogo degli iperoggetti – geografici, vista la natura di questo scritto – che possa essere la guida per i lavori futuri su questo argomento, aprendo una nuova strada geo-grafica.

Si cercherà ora di portare alcuni esempi di iperoggetti cercando di rendere evidenti quali siano le caratteristiche che aderiscono al meglio alle qualità necessarie per essere classificati come tali. In particolare ci si concentrerà su elementi ormai classici della riflessione geografica e in parte anche geofilosofica, così da evidenziare la forza interdisciplinare e forse sovra-disciplinare dei questa nuova tematica. Questi primi elementi sono: il clima – nella sua manifestazione data dal Global Warming –, il paesaggio, i rifiuti-scarti e i luoghi abbandonati3. Sono ovviamente esempi e non vi è pretesa di completezza perché gli iperoggetti sono molteplici e nuovi ancora devono esserne scoperti, ma l’obiettivo, in questo caso, è dare avvio a questo catalogo in potenza, che chiede solo di essere, per usare una figura aristotelica, estratto dal blocco di marmo.

 

Global Warming

A differenza degli altri iperoggetti di questo ancor breve catalogo, il surriscaldamento globale è indicato dallo stesso Morton quale fenomeno esemplificativo della propria teoria. Morton evidenzia, trattando per la prima volta il problema, come la definizione a cui vuole attenersi sia quella di Global Warming, anziché la vaga etichetta di Climate Change, da lui indicata come una semplice metonimia, una forma compressa che evidenzia gli effetti del problema, ma non il problema stesso, che ne esce invece banalizzato: “climate change as a substitute for global warming is like ‘cultural change’ as a substitute of ‘Reinassance’ or ‘change in a living condition’ as a substitute for holocaust”. Parlare di cambiamento climatico non è solo riduttivo, ma si presta al ragionamento cinico del negazionismo: “il clima cambia ed è sempre cambiato”, negando quindi non la tendenza registrata nel clima contemporaneo, ma la sua emergenza in quanto problema con cui fare i conti, mantenendo così fissa l’attenzione su una delle caratteristiche fondamentali del sistema climatico – la variabilità – senza interrogarsi sulle cause che determinano il comportamento della variabile in questo momento storico: l’agire umano. Solo considerando il surriscaldamento globale come oggetto a sé stante e non ascrivibile alla variabilità naturale, ci si rende conto delle caratteristiche che lo rendono, appunto, iperoggetto. Non possiamo vedere l’iperoggetto nella sua interezza, ma possiamo riconoscerlo tramite le sue manifestazioni.

Riflettendo sulle caratteristiche riconoscibili nel fenomeno del surriscaldamento globale, le prime evidenze riconoscibili abbracciano la sua spazialità, a partire dal suo essere massivamente distribuito: il global warming abbraccia l’interezza della superficie terrestre, sebbene con differenze locali nei parametri specifici che impieghiamo per misurarlo. Dai poli alle Alpi, dalle isole dell’Oceano Indiano alle coste americane del pacifico, i segni del global warming sono ovunque riconoscibili (IPCC 2013).

Tempeste tropicali, siccità, ondate di calore, fusione dei ghiacci, eppure, sono solo il medium tramite cui conosciamo il global warming, ma non bastano da soli per definirlo. Si tratta di manifestazioni locali di un fenomeno più grande. La letteratura scientifica si arricchisce quotidianamente di nuovi articoli incentrati su alcune delle conseguenze del surriscaldamento globale (fig. 1).

Conosciamo e studiamo le tendenze in atto nella fusione dei ghiacciai alpini, nella traslazione delle fasce vegetazionali in latitudine e altitudine, nelle condizioni del deflusso superficiale delle acque, dell’innalzamento del livello dei mari, eppure tutto ciò ci fornisce una conoscenza incompleta del fenomeno in sé, perché ci descrive le sue conseguenze locali, talora persino discordanti l’una dall’altra. Il global warming è, appunto, globale e in quanto tale non-locale, per questo pone la geografia di fronte ad un problema inedito: descrivere un oggetto la cui dimensione ed eterogeneità sfuggono alla tradizionale impostazione dello scrivere delle caratteristiche fisico-antropiche

 

Fig. 1. La dimensione spaziale del Global Warming (1901-2012).

Fonte: IPCC 2013, Fifth assessment report.

 

della superficie terrestre, perché descrivendo le sue singole manifestazioni non otterremo mai una descrizione completa dell’oggetto stesso (Morton 2013).

A questo primo punto è possibile aggiungere anche una seconda dimensione, quella della temporalità. L’alterazione del clima porta in dote un fenomeno inerziale, inerzia climatica, appunto, che rende anche la dimensione temporale del global warming quanto mai incerta. Le ricostruzioni storiche indicano come si siano iniziate a raccogliere evidenze di un innalzamento delle temperature superata la fase fresca degli anni Settanta, ma non abbiamo modo di essere così precisi nelle stime future. Quanto perdurerà nel tempo l’iperoggetto global warming non è definibile. Una riduzione brusca delle emissioni di gas serra in atmosfera non comporterebbe la sua fine, così come non comporterebbe un’immediata interruzione della tendenza al surriscaldamento (IPCC 2013). La dimensione temporale è quindi massiccia, la presenza del global warming ci riguarda oggi, ma riguarderà anche le generazioni future. Ciò è ben sintetizzato nelle prescrizioni dell’IPCC per quanto riguarda la definizione di politiche di adattamento alle conseguenze dell’alterazione del clima, che abbracciano ampi orizzonti temporali, così come dalla folta letteratura sulla sostenibilità, argomento centrale nella geografia italiana contemporanea, che pone costantemente l’accento sulla responsabilità intergenerazionale dei modelli di sviluppo e di utilizzo delle risorse. Siamo consci della temporalità estesa di alcuni fenomeni, soprattutto degli effetti collaterali delle attività economiche, che semplicemente si esplicano su scale incomparabili con le nostre: è questo il caso degli iperoggetti e del surriscaldamento globale. Secondariamente, la temporalità dell’iperoggetto non segue pattern ondulatori costanti: il clima, inteso come sistema, è strutturato da meccanismi complessi e dalla variabilità naturale che gli è insita, che ci impediscono di riconoscere facilmente delle linearità. Gli sforzi dell’IPCC nella definizione di modelli di proiezione futura, articolati in diversi scenari e costantemente aggiornati ad ogni edizione, ci ricordano esattamente questo: la temporalità che esprime è ondulante, sebbene la tendenza di fondo resti chiaramente identificabile.

Dalla somma delle precedenti caratteristiche si ricava la viscosità. L’estensione spazio-temporale del surriscaldamento lo rende fenomeno pervasivo, da cui è semplicemente impossibile evadere. Se la siccità californiana, la fusione della calotta artica e lo slittamento verso nord degli areali di distribuzione delle specie mesoterme canadesi (Rebetez 2009) sono ascrivibili allo stesso fenomeno, di cui non conosciamo un orizzonte temporale noto, la conseguenza per l’uomo è una: l’ineluttabilità del global warming, da cui è impossibile scappare.

 

Il paesaggio

Per introdurre il concetto di paesaggio, in questa sede, ci atteremo alla definizione stilata all’interno della Convezione Europea del Paesaggio siglata nel 2000 e ratificata nel 2010, nella quale il termine ‘paesaggio’ “viene definito come una zona o un territorio, quale viene percepito dagli abitanti del luogo o dai visitatori, il cui aspetto e carattere derivano dall'azione di fattori naturali e/o culturali (ossia antropici). Tale definizione tiene conto dell'idea che i paesaggi evolvono col tempo, per l'effetto di forze naturali e per l'azione degli esseri umani. Sottolinea ugualmente l'idea che il paesaggio forma un tutto, i cui elementi naturali e culturali vengono considerati simultaneamente”.

Non è questa la sede in cui discutere la validità della definizione, cosa che peraltro è già stata fatta in altra sede in cui si sono analizzate anche le varie interpretazioni date dagli studiosi del tema (Marini 2016), ma si vuole solo integrarne il significato con due ulteriori specificazioni: 1) il paesaggio è, inoltre, uno strumento attraverso cui gli esseri viventi si interfacciano all’ambiente e al territorio, e dunque questo non è un elemento puramente umano, ma appartiene anche alle varie specie animali (Farina 2006); 2) ulteriormente si vuole rafforzare la seconda parte della definizione sottolineando il fatto che il paesaggio è un elemento complesso che non appartiene solamente ad un’epoca o ad una parte della Terra. Esso è un elemento-problema ritrovabile in ogni parte del globo che assume caratteristiche e problematizzazioni differenti (D’Angelo 2010) a seconda della cultura che lo interpreta. In più esso è un elemento interpretativo attraverso il quale ogni essere senziente designa una territorio in un ambiente, nel quale vive e convive con una molteplicità di elementi e viventi anch’essi implicati nella percezione, concezione e trasformazione del paesaggio. Quindi il paesaggio, si può dire, è il risultato, lo strato più esterno della “pelle del mondo”, il quale è l’oggetto complesso che esprime le trasformazioni e i rapporti tra un essere vivente e il suo territorio (Marini 2015, 2016), è un’espressione puntuale dell’“identità estetica della natura” direbbe Paolo D’Angelo (2010), ma non ovviamente di una natura fregiata di imperturbabilità, bensì mutevole e metamorfica. Il paesaggio è una complessità che chiede un lavoro su di esso quasi infinito. Il paesaggio, per Luisa Bonesio, non è una forma fissa che non conosce mutamento, ma è il luogo in cui il genius loci ha espressione e può fisiognomicamente manifestarsi in modo coerente e “in accordo con il carattere del luogo che una cultura sceglie di evidenziare” (Bonesio 2007: 191). Dunque è una forma mutevole che esprime la forma che lo legge, riconosce ed interpreta. Esso non è un elemento unilineare e semplice, ma è, probabilmente, uno dei concetti-strumenti più interessanti per capire e comprendere la nozione di complessità e la sua multiscalarità.

Interessante a questo proposito ricordare come Jakob, in un suo recente studio sul paesaggio, cerchi una definizione che esalti la complessità nelle parole “landscape is a landscape is a landscape” (Jakob 2009) e ne evidenzi così la difficile de-finizione. Forse il paesaggio non è qualcosa di arginabile, ma va considerato, appunto, come elemento mutevole sia nella sua forma reale che concettuale: “Il paesaggio è il visibile, il percepibile. Ma come nel visibile non è detto che si esprima per intero il mondo, così non è detto che il paesaggio esprima tutta la realtà di cui è la proiezione sensibile (e si intende che essa va estesa a tutti i sensi, non solo alla vista)” (Turri 2006: 67). Il paesaggio è quindi un problema che racconta gli eventi storici e ne anticipa le possibilità, portando all’attenzione del fruitore le sue caratteristiche, le sue qualità e le sue quantità. È un elemento complesso puntellato e strutturato da singole parti – oggetti – che ne raccontano la riconoscibilità di volta in volta nelle sue manifestazione, le quali esistono singolarmente ma acquistano forza e senso solamente all’intero dell’elemento più strutturato e complesso che è il paesaggio. Esso necessita di questi e gli oggetti di esso – Eugenio Turri chiamava questi con il nome di “Iconema” (Turri 2006).

Detto questo e ripensando a quanto si è detto in precedenza sulla nozione di iperoggetto, può risultare più chiaro il motivo perché si propone di inserire il paesaggio come uno dei primi e principali lemmi del catalogo che si vuole proporre. Infatti il paesaggio, viste le sue caratteristiche espresse nella definizione di qui sopra, soddisfa le qualità espresse da Timothy Morton per individuare un iperoggetto. Questo perché il paesaggio è un problema di complessi risoluzione e approccio e una volta evidenziata la sua costante presenza nel tempo e nello spazio, se ne può intuire la viscosità e la sua Non-località e come esso abbia e appaia in una dimensione temporale non statica e non stabile ma ondulante e mutevole. In sostanza il paesaggio si manifesta in più epoche e si estrinseca in più realtà spaziali. Inoltre soddisfa il quarto requisito, infatti genera quell’elemento auratico (Benjamin 2012), atmosferico (Griffero 2010, 2016; Böhme 2010) e dimensionale che Morton racchiude nel termine “zona”. Dunque ha una sua dimensione che lo rende un elemento evidentemente presente nonostante la sua transitorietà e mutevolezza. Infine per sua natura non è un elemento isolato, ma generando un “campo di forza” entra è un soggetto relazionale che influenza ciò che lo circonda e compone e a sua volta ne è influenzato, in continuo contatto con gli altri iperoggetti – tra tutti il clima nell’espressione del Global Warming –, manifestando così la sua interoggettività.

 

Scarti abbandonati

I luoghi abbandonati, che possiamo chiamare anche “paesaggi interrotti” (Marini 2015, 2016), e i rifiuti, gli scarti prodotti dalla società umana possono chiudere questa prima e breve indicazione catalogica dedicata agli iperoggetti, in quanto tutti prodotti o elementi che riguardano l’attività umana sulla terra.

Se si pensa ai paesaggi interrotti, tra cui le rovine, gli edifici e i territori abbandonati, le città fantasma, tutti quegli elementi che costituiscono quella tipologia particolare di paesaggio abbandonata e non considerata che rientrano nell’interessante termine di “Terzo Paesaggio” coniato da Gilles Clément (Clément 2005), le macerie e tutti i luoghi sospesi, essi spiccano e sono noti per caratteristiche che ne fanno chiaramente delle manifestazioni di un iperoggetto che si può riassumere con il termine “abbandono”, espandendo così la faglia di influenza concettuale anche ad altre manifestazioni del problema dell’abbandono non incluse in quelli appena accennati.

L’abbandono è un elemento costante nella storia dell’uomo ed è un lascito che non può essere temporalizzato secondo una linea retta semplice, ma appartiene ad una temporalità particolare e ondivaga, in quanto si presenta nelle varie forme culturali in modo differente, ma sempre presente (Tortora 2006). Lo stesso si può dire della sua localizzazione. L’abbandono si reitera nello spazio così come nel tempo. Si può vedere dov’è, studiarne le cause e quindi raccontarne le storie e i casi, ma certamente non è prevedibile la diffusione di esso nello spazio in un tempo futuro. Non è possibile creare una mappa di previsione dell’abbandono, ma è un fenomeno che va studiato nella contemporaneità di ogni presente storico così da carpirne le linee culturali e naturali che possono averlo generato e che potranno crearne nuovamente. Così dicendo si nota come l’abbandono sia un problema che si localizza in spazi e tempi differenti, quindi in temporalità ondivaghe non locali, in quanto diffuso in vari luoghi e varie epoche anche se con accezioni e problematiche diverse. L’abbandono e di conseguenza i paesaggi interrotti sono delle strutture comunicative dell’evoluzione dei rapporti tra uomo e spazio, iconemi del cambiamento che raccontano in diversi spazi e tempi di problematiche che suscitano di volta in volta domande nuove. Il luogo abbandonato parla un linguaggio diverso e ancora da tradurre che chiede di travalicare un pensiero economico dittatoriale e monoculturale (Broggini 2009), aiutando nella trasformazione del concetto di mondo, accelerandone la dissoluzione (Morton 2013).

Questi luoghi di “scarto” negli ultimi anni sono stati etichettati in vari modi e tradotti attraverso molteplici nomi, comparendo e scomparendo su libri, riviste e dizionari (Marini 2010). Come questi luoghi sono indeterminati, così anche i termini a loro riferiti. Questi paesaggi sono neutrali o neutralizzati; il loro ruolo non è chiaro nella società attuale e meno ancora lo è il loro futuro; ma “la mancanza di un ruolo chiaro di queste zone, comunemente letta come connotato negativo, rappresenta una forma di negatività con la quale la contemporaneità è chiamata a dialogare” (Marini 2010: 47). Sono elementi che rientrano di diritto nel problema della futura convivenza (Morton 2016) tra la specie umana e il resto degli elementi presenti sul globo terracqueo. Sono dunque degli elementi viscosi, difficili da risolvere e dai quali è difficile separarsi e che al contempo, com’era per i paesaggi, creano delle atmosfere e dei campi di forza individuali, quindi anch’essi hanno la caratteristica di essere dei punti zero, delle zone d’attrazione spazio temporale (Morton 2013). Infine sono elementi in perenne rapporto con gli altri iperoggetti e con essi si muovono in spazi e tempi particolari, che loro stesso generano e trasformano. Non solo essi condizionano attraverso la loro “interoggettività” gli altri oggetti, oggetti complessi e iperoggetti presenti nel loro campo di influenza zonale. Per questi motivi si può dire che ciò che è inserito nel concetto di abbandono e dunque l’abbandono stesso vada studiato, analizzato, trattato e classificato come un iperoggetto. Le stesse caratteristiche possono essere ritrovate negli elementi di scarto – tra cui rifiuti plastici, gassosi, scorie nucleari, dunque tutto ciò che risulta in eccesso dopo una produzione o un suo utilizzo e indipendentemente dalla sua possibilità di riutilizzo –, i quali risultano strettamente collegati all’attività umana e diffusi massivamente nelle varie epoche e nello spazio; per capire questo legame è sufficiente pensare ai tempi di smaltimento degli oggetti plastici, o addirittura alle scorie nucleari, le quali risultano un elemento che va a intaccare e modificare l’ambiente in cui vengono inserite – stoccate – e hanno tempi di smaltimento millenari e come ricordano Weisman (2010) e Bevilacqua (2008) sopravvivranno a chi li ha prodotti e la domanda di senso di questi oggetti è un problema che non è relativo ad un solo periodo o all’epoca attuale, è un problema che riguarderà anche le future generazioni (Sandia National Laboratories 1992). Questi elementi di scarto quindi, modificando l’ambiente in cui sono inseriti, sono elementi “zonali” in grado di generare campi di forza individuali e sono continuamente in relazione con gli altri oggetti e ambienti presenti nel globo in quanto possono essere in grado di trasformare gli equilibri ecologici dell’intero globo. Oltre al caso delle scorie nucleari, un esempio molto semplice ma in grado di chiarire il problema e mostrare il perché è importante inserire gli elementi di scarto all’interno degli iperoggetti è quello portato dal cosiddetto “settimo continente” (Cianciullo 2013), un’isola artificiale che si sta formando nelle acque del globo e che è in costante espansione ed è un problema che attanaglia tutti gli ecosistemi in particolare quelli marini, generando così di diritto un problema che è non-locale, sovratemporale, viscoso e profondamente “zonale”, nonché continuamente legato e in contatto con tutto ciò che lo circonda, che può spostarsi in tutti i mari e oceani trasformandone profondamente gli ambienti e alternando molti equilibri ecologici, dunque un vero e proprio iperoggetto.
 

Il Futuro Geografico del Catalogo degli Iperoggetti

In forza alle caratteristiche analizzate in tutti i casi specifici trattati, riteniamo gli iperoggetti elementi di assoluto rilievo nella ricerca geografica contemporanea, necessari per arricchire non solo il lessico disciplinare, ma per riformulare alcuni problemi chiave nel nostro rapporto con l’ambiente.

La geografia, in questo periodo di forte crisi, deve riflettere su se stessa, ritrovare nuove forme interpretative e nuovi strumenti. I fenomeni analizzati hanno tutti una forte dimensione geografica, riletta alla luce del discorso filosofico ben più ampio proposto da Timothy Morton. Si è quindi tentato di proporre una prospettiva interdisciplinare, in grado di rilanciare e riattualizzare dei problemi che spesso vengono trascurati dalla geografia e lasciati al vaglio scientifico di altre discipline. L’obiettivo è quello di proporre un nuovo strumento per dare vita e forma, o quanto meno energia, ad una nuova geografia e ad una nuova prospettiva. Gli iperoggetti si mostrano chiaramente come elementi teorici utili alla ridefinizione di temi fondamentali per questo tempo e per i cambiamenti che in esso si esplicano. Aprire lo sguardo a ciò che è altro deve essere un incentivo alla riprogettazione delle forme disciplinari per cercare di ritrovare una posizione all’interno della crisi di senso. Gli iperoggetti sono problemi reali con i quali bisogna iniziare a confrontarsi proprio perché coinvolgono problematiche e temi da sempre cari alla geografia, com’è emerso, peraltro, dall’analisi effettuata da Morton. L’idea di un catalogo rappresenta quindi una modalità di studio esplorativa e strutturata, finalizzata a delineare esplicitamente la portata geografica della nozione di iperoggetto.

La redazione di tale catalogo, ben lontano dalla portata di questo contributo, può costituire un primo passo verso un superamento della prospettiva antropocentrica (Morton 2016) nella definizione dei grandi problemi ambientali e agli approcci con cui essi vengono trattati. Gli iperoggetti emergono dopo la “fine del Mondo”, nella sua mutazione da elemento stabilito a indistinto da conoscere e capire e, per questo, si pensa che possa svilupparsi da questo concetto una nuova forma di geografia Infatti, l’iperoggetto ci forza a pensare su scale spaziali e temporali che ci sono straniere (Morton 2013), perché non sono pensate a misura d’uomo e ci costringe, quindi, ad affrontare la realtà delle interrelazioni continue che intesse con altri fenomeni sulla superficie terrestre. Esso, in definitiva, spinge l’analisi geografica – e più in generale culturale – ad arricchire lo studio dei rapporti uomo-ambiente, decentrandone la prospettiva verso uno scenario di coesistenza e non più di dominazione del primo sul secondo, derivando dalla Object Oriented Ontology di Harman e dalle teorie postecologiste dello stesso Morton il concetto fondante: conviviamo tutti in un sistema chiuso e complesso senza un altrove in cui confinare i nostri rifiuti o in cui rifugiarci nel momento in cui le conseguenze di una gestione antropocentrica del pianeta iniziano a mostrarsi in tutta la loro pervasività.
 


NOTES

1 Alcuni autori di spicco che hanno lavorato in questo senso, riavvicinando il pensiero al senso dello spazio e lo spazio al vaglio pensiero, sono, non in ordine cronologico: Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Eric Dardel, Ernst Jünger, Carl Schmitt, Georg Simmel, Walter Benjamin, Gilles Deleuze, Felix Guattari, Michel Foucault, per certi versi Ludwig Wittgenstein e Charls Sanders Pierce (Farinelli 2003), il già citato David Harvey, Peter Sloterdijk, Yi-Fu Tuan, Gilles Deleuze e Felix Guattari e in Italia, in particolare, Luisa Bonesio e Caterina Resta con l’apertura della corrente geofilosofica, Massimo Cacciari, Massimo Venturi Ferriolo, Eugenio Turri, Paolo D’Angelo, Franco Farinelli, Angelo Turco e in anni recenti Marcello Tanca.

2 Le traduzioni delle citazioni prese dall’opera di Timothy Morton sono a cura degli autori.

3 Gli ultimi due elementi, almeno in questa sede, verranno tratti più brevemente rispetto ai precedenti due per non ricadere in un’eccessiva ridondanza terminologica e concettuale e si punterà ad individuarne le caratteristiche che aderiscano alle qualità dell’iperoggetto.

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DOI: 10.12893/gjcpi.2016.3.4

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