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ISSN 2283-7949

 

 

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Issue 2014, 2

Nutrire il pianeta, alimentare la speranza. By F. Anelli

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Abstract: The long-lasting crisis has produced a new inequality: in the advanced societies, the numbers of people below the poverty threshold are on the increase and in the world one person in eight does not have enough food to have a healthy, active life; every year, deaths due to starvation are in the millions. This situation is even more shocking if we set it against the issue of “waste”: every year the industrialised countries throw around 1.3 billion tons of food, equal to one third of the world’s production and more than half the planet’s cereal crops, into the rubbish bin.

The theme of Expo 2015, “Feeding the Planet. Energy for Life”, fits into the context of this reality and will be remembered to the extent to which it is able to provide ideas, favour agreements, launch projects to create sustainable economies and useful collaborations in order to emancipate the poorest countries from the slavery of hunger at least a little. In this perspective, globalisation does not diminish the role of cooperation and in many situations it may indeed favour it, increasing its weight and value. It is necessary, however, to identify new and more structured approaches, alongside the traditional methods.

The Università Cattolica del Sacro Cuore is operating in various nations of the world with international solidarity projects and experience confirms that it is unthinkable to act in isolation in providing responses to each situation of need. Cooperation, furthermore, must be able to avail itself of leaner legislation and institutions and governments that are quicker and more secure in sustaining it. The quality of the political response in fact facilitates and increases the private initiative that is indispensable to the spirit and action of cooperation.

Keywords: poverty, food, sustainable economies, cooperation, solidarity.

Nutrire il pianeta… dei disuguali

 

Le proiezioni del FMI e di molte grandi banche internazionali seguitano a prefigurare una fase di crescita mondiale per il 2014 sia nei paesi in via di sviluppo (Medio Oriente, Bric e Far East) sia nei paesi industrializzati. Tuttavia, gli effetti della crisi economico-finanziaria esplosa nel biennio 2007-2008 continuano a pesare, soprattutto sul piano sociale, anche in alcune aree del nostro continente. Prendendo atto della debolezza e della disomogeneità della ripresa, sin dal principio di quest’anno, Mario Draghi, nel ribadire la determinazione della BCE a intervenire per prevenire i rischi di una bassa inflazione, ha smorzato ogni eccesso di ottimismo, invitando a essere cauti nel “dichiarare vittoria e dire che la crisi è sconfitta”[1]. Tra i primi, il governatore della BCE ha parlato, sempre con riferimento all’Eurozona, di una ripresa lenta per tutto il biennio 2014-2015.

Alcuni dati Istat concernenti il primo trimestre segnalano una pur lievissima contrazione del PIL nel nostro paese (-0.1%) a fronte del +0,1% dell’ultimo trimestre 2013. Dato da non enfatizzare secondo alcuni importanti analisti e che, almeno in parte, è l’esito, come ha fatto notare Mario Deaglio, di ragioni contingenti come l’inverno eccezionalmente mite che ha ridotto i fatturati delle imprese del comparto energetico[2].

Ciò detto, in termini generali, il perdurare delle difficoltà economiche ha certamente prodotto dinamiche di nuova disuguaglianza in alcune aree del pianeta. Nelle società avanzate la recessione ha considerevolmente accresciuto il numero delle persone precipitate, o a rischio di precipitare, sotto la soglia di povertà e persino il fenomeno della povertà alimentare ha acquisito maggiore rilevanza[3]. Sull’ultimo numero di Vita e Pensiero, Giancarlo Rovati, dopo avere esposto alcuni dati impressionanti (gli ultimi dati disponibili, pubblicati nel dicembre 2013 e relativi al 2012 indicano che il 19,4% delle persone residenti in Italia risulta esposto al “rischio di povertà”, il 14,5% in condizioni di grave deprivazione materiale e il 10,3% vive in famiglie a bassa intensità di lavoro), sottolinea il fatto che “tra le famiglie in povertà assoluta la spesa alimentare rappresenta una quota elevata delle spese necessarie e tuttavia risulta anche la spesa più spesso sacrificata per far fronte alla maggiore rigidità delle spese per la casa e per le utenze, con gravi conseguenze nutrizionali”[4].

Nello stesso tempo, la distanza tra povertà e ricchezza non sembra essere significativamente diminuita laddove l’andamento dell’economia, negli ultimi anni, è stato dinamico ed espansivo. Se è vero, infatti, che su scala mondiale, stando all’ultimo Rapporto Fao-Ifad-Pam, si registra qualche miglioramento (il numero di coloro che soffrono cronicamente la fame è infatti passato dagli 868 milioni del periodo 2010-2012 agli 842 milioni del triennio 2011-2013)[5], la “mappa” della fame nel mondo rivela che i prodigiosi aumenti del PIL realizzatisi in alcune regioni hanno avuto solo in minima parte ricadute positive sulla popolazione indigente[6]. Nei paesi che hanno beneficiato di economie in ascesa, dunque, la ridistribuzione delle risorse non è stata abbastanza equa per sostenere la speranza, se non di raggiungere, almeno di un significativo avvicinamento al primo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG) a suo tempo concordati a livello internazionale per il 2015: il dimezzamento della percentuale di chi soffre la fame. La dura realtà è che ancora oggi nel mondo una persona su otto non ha abbastanza cibo per condurre una vita sana e attiva e che i morti per fame, ogni anno, si contano sempre a milioni.

Questa situazione stride ancora di più se viene affiancata alla voce “sprechi”: ogni anno i paesi industrializzati gettano nella spazzatura circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo. La stima arriva dagli uffici studi delle Nazioni Unite: il dato – sostengono – è pari a un terzo della produzione mondiale e a più della metà dei raccolti cerealicoli planetari[7]. Un dato, questo, che pone interrogativi su alcuni aspetti delle nostre civiltà: da quelli antropologici e morali sino a quelli scientifici e organizzativi e che rinvia, in concreto, anche al problema della mancanza di politiche agricole per il miglioramento e l’ottimizzazione della produttività. Non si possono ignorare, poi, su scala globale e regionale gli effetti provocati da guerre, conflitti civili e disastri naturali che si frappongono come enormi ostacoli a ogni tentativo di avviare positive e razionali trasformazioni. Gli scenari geopolitici, in particolare, non tranquillizzano. La guerra è diventata, nella situazione globalizzata del pianeta, un fattore di contagio più forte che in passato e dalle conseguenze ancora meno controllabili. Come scrive Niall Ferguson, infatti: “i veri rischi attuali nel mondo non occidentale sono le rivoluzioni e le guerre. Le rivoluzioni sono provocate da una miscela di forti aumenti del prezzo dei viveri, una popolazione giovane, una classe media in ascesa, un’ideologia distruttiva, un vecchio regime corrotto e un ordine internazionale sempre più debole. La cosa di cui preoccuparci è la guerra che quasi sempre segue una rivoluzione. Come per i terremoti, anche per le guerre sappiamo dove è probabile che scoppino, ma non siamo in grado di sapere né quando scoppieranno né quanto saranno devastanti”[8]. Tali situazioni impediscono o rallentano gravemente la realizzazione delle indicazioni contenute nel Rapporto delle tre agenzie dell’Onu: “Le politiche volte a migliorare la produttività agricola e ad aumentare la disponibilità di cibo, soprattutto per i piccoli agricoltori, possono conseguire una riduzione della fame laddove la povertà è molto diffusa. Quando sono associate con misure di protezione sociale che aiutano a far aumentare i redditi delle famiglie povere, possono avere un effetto ancora più positivo e stimolare lo sviluppo rurale, attraverso la creazione di mercati e opportunità di lavoro, con una conseguente crescita economica equa”[9].

La cooperazione nel tempo della globalizzazione

 

Il tema di Expo 2015, “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita”, fa i conti con ciascuna di queste variabili e potrà essere ricordato come un evento epocale nella misura in cui saprà fornire idee, produrre accordi, avviare progetti per creare economie sostenibili e utili per emancipare almeno un poco i paesi più poveri dalla schiavitù della fame. I principali studi scientifici commissionati dalle Nazioni Unite e da altre importanti organizzazioni internazionali sono concordi nel ritenere che il pianeta abbia le risorse per rispondere adeguatamente al pur enorme fabbisogno alimentare. Tuttavia, molto dipenderà dalla capacità di distribuire in modo appropriato i beni. Accanto a questo aspetto, da giurista, sottolineo l’importanza della questione “giustizia” e della sua amministrazione non solo nelle realtà nazionali ma anche nell’ambito delle istituzioni transnazionali e sovranazionali. Senza giustizia i meccanismi di partecipazione economica non funzionano, al contrario si alterano ulteriormente, producendo sperperi, nuove povertà e conflitti. Nella distribuzione delle risorse, invece, entra in gioco il governo dell’economia internazionale a partire dalla gestione dei prezzi delle materie prime. Un segnale positivo è arrivato dal recente e storico accordo in sede di Organizzazione mondiale del commercio (WTO) che introduce provvedimenti in materia di scorte alimentari con l’intento di stabilizzare i prezzi[10].

Solo attraverso una maggiore collaborazione tra organismi e istituzioni internazionali si possono apportare correzioni negli squilibri tra aree geo-economiche e ridurre i divari sociali, le disuguaglianze, i gap tecnologici. Di tutto ciò Expo 2015 deve tenere conto se realmente ambisce a essere qualcosa di più di una gigantesca fiera internazionale e se realmente vuole essere l’occasione per promuovere un clima favorevole alla collaborazione e cooperazione tra persone, popoli e nazioni.

In questa prospettiva, deve essere recuperata e valorizzata anche secondo nuovi approcci culturali ancor prima che organizzativi e tecnologici la pratica della cooperazione finalizzata allo sviluppo. Questa esigenza è avvertita dal nostro Ateneo, oltre che in base al lavoro di ricerca svolto su questi temi, anche per esperienza diretta. Attraverso il nostro Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale (Cesi) stiamo infatti operando da tempo in diverse nazioni del mondo. Povertà, fame e disuguaglianze spesso hanno cause diverse e dinamiche differenti da paese a paese. Non è ipotizzabile un pensiero unico e univoche modalità nel fornire risposte a ciascuna situazione perché ogni caso è diverso dall’altro e richiede uno studio singolo e particolareggiato. Spesso si tratta di interventi elementari come la dotazione di piccole infrastrutture che, accompagnate da interventi formativi e di cultura del lavoro, consentono di avviare quella macchina di emancipazione sempre suggerita dalla Fao. La sensibilizzazione attraverso campagne e sottoscrizioni pubbliche, in cui l’Italia è particolarmente attiva mostrando di essere una nazione attenta e partecipe, aiutano a creare solidarietà. Ma non basta. La cooperazione deve potersi avvalere di legislazioni più snelle e di istituzioni e governi ancora più rapidi nelle decisioni. La qualità della risposta politica facilita e incrementa l’intraprendenza privata indispensabile nello spirito e nell’agire del cooperare.

Nutrire il pianeta, alimentare la speranza

 

La globalizzazione, contrariamente a tante paure insorte dopo la crisi scoppiata nel 2008, non sminuisce il ruolo della cooperazione. Al contrario, in molte situazioni la può favorire incrementandone il peso e il valore. Il pensiero e i contributi offerti da Globus et Locus e dalla sua consolidata esperienza, a quindici anni dalla fondazione, mostrano la valenza strategica e operativa della dimensione “glocal”, capace di fornire risposte adeguate alla domanda in situazioni specifiche immesse nella dinamica globale[11]. Senza un approccio “glocal” molte realtà e altrettanti bisogni economici e sociali non troverebbero soluzione, riscatto, possibilità di avviare processi virtuosi di costruzione e di ripresa. Certamente la nozione di locale “va reinterpretata non come entità chiusa, difensiva, ma come entità che si apre verso l’esterno in grado di sviluppare una dialettica in cui il globale e il locale operano in un processo di sintesi superiore”[12].

Expo 2015 con il tema prescelto ha la possibilità di rilanciare alla comunità politica internazionale e a tutte le istituzioni una serie di questioni sull’urgenza di interventi e intese da firmare per risolvere le macroscopiche contraddizioni create da sistemi imperfetti, ingiusti, iniqui. Certamente molte realtà hanno storie secolari alle spalle che non si modificano in breve tempo, ma ora tante disparità non sono più tollerabili perché l’evoluzione dei paesi emancipati ha raggiunto livelli tecnologici e tenori di vita da poter offrire soluzioni. Ogni giorno che si perde produce nuova miseria e alza la contabilità dei morti per fame e per malattie da indigenza. L’emergenza della crisi alimentare porta con sé una riflessione morale sui sistemi economici più volte denunciata e analizzata dal premio Nobel Amatya Sen[13], ma, soprattutto e primariamente, solleva una questione antropologica. Esiste un orizzonte di “ecologia umana” che precede sia l’“ecologia ambientale” con la strenua difesa dell’ecosistema sia “l’ecologia dei consumi”. Su questo tema si è pronunciato con chiarezza l’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, nel saggio Cosa nutre la vita?, dove affronta nello specifico anche i temi della finanza, della tecnocrazia, degli aiuti alimentari, degli Ogm. Ogni strategia di risposta richiede una premessa fondamentale:quale idea di uomo si danno la politica e gli organismi internazionali mentre studiano le soluzioni?”.

Il cardinale Scola afferma che il bisogno umano è “troppo spesso interpretato come diritto esclusivo al benessere, il bisogno è invece anzitutto espressione di fragilità e di mancanza. In caso contrario il bisogno si trasforma in pretesa e diventa sorgente di dominio… Pretendere l’appagamento totale attraverso il moltiplicarsi indefinito dei consumi è un mito tecnocratico, che tuttavia continua ad essere riproposto”[14]. Così il consumo indiscriminato introduce costi elevati che ricadono sullo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente con le distorsioni che ne conseguono sia sulle popolazioni che detengono queste risorse ma non le possono utilizzare per la propria emancipazione. Si procrastina, nella cultura democratica della maggior parte dei paesi sviluppati, la logica del vecchio sfruttamento che fa leva su un fattore umano, l’indifferenza. Contro di essa ha levato parole forti papa Francesco che nella recente esortazione apostolica Evangelii gaudium scrive: “Si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri. La cultura del benessere ci anestetizza”[15].

Formazione e ricerca per nutrire la vita

 

Dentro questa nuova sensibilità opera l’Università Cattolica del Sacro Cuore sia con l’attività di ricerca che approfondisce le trasformazioni in atto sia con l’attività di formazione e mediante l’elaborazione di progetti e piani di cooperazione si sente impegnata nel raccogliere la sfida insita nel tema dell’Expo 2015. L’occasione è importante soprattutto se non ci si fermerà alle prime e più urgenti problematiche relative alla gestione delle risorse e delle materie prime. Occorre andare oltre e scavare nelle logiche più profonde che perpetuano gli squilibri o che possono avviare nuove logiche più giuste, più virtuose, più umane. Gli strumenti e i suggerimenti per imboccare la rotta giusta ci sono. A noi proporli, gestirli, affermarli. Ed è proprio la percezione di questa grande potenzialità insita nell’evento che si terrà l’anno venturo a Milano che, come Università multidisciplinare e aperta agli scambi internazionali, ci ha interessato e coinvolto attivamente. Così è nato, nel 2011, il Laboratorio “UCSC ExpoLAB”. Attraverso questa struttura di elaborazione e coordinamento, l’Università Cattolica sta svolgendo una serie di attività scientifiche e promozionali (in particolare mediante lo studio e la diffusione di buone pratiche) in vari settori inerenti ai temi di Expo 2015. Scopo del Laboratorio è quello di riunire le diverse competenze presenti all'interno dell’Università per offrire un approccio autenticamente pluri- e inter-disciplinare alla questione. Le iniziative promosse dal Laboratorio, infatti, non coinvolgono solo studenti e docenti dell’Ateneo, ma hanno un respiro ampio che mette in relazioni singole realtà locali con istituzioni e network internazionali, rendendo parte integrante delle attività proposte il mondo dell'impresa e della società civile.

Riflessioni conclusive

 

Le rilevantissime trasformazioni su scala mondiale a cui stiamo assistendo mostrano quanto sia riduttivo pensare la globalizzazione soltanto come una specifica versione storica di ciò che si era usi indicare come “processo di internazionalizzazione dei mercati”. La differenza “qualitativa” del fenomeno, forse, si può cogliere soprattutto sul versante degli scambi finanziari: la globalizzazione, infatti, implica e presuppone l’operatività di soggetti che non si collocano semplicemente all’interno di vari territori e mercati nazionali, ma che oltrepassano tali realtà e talvolta riescono a rimodularle in forme nuove. Le grandi imprese globalizzate e, quindi, i mercati globalizzati non sono, cioè, delle “compagini internazionalizzate” più attive e potenti, le quali però conservano un radicamento nazionale, ma sempre più paiono caratterizzarsi per il fatto di elaborare e inseguire i propri obiettivi “a prescindere” (ossia con un’elevata indipendenza) dalle esigenze di un dato e circoscritto territorio.

Ciò detto, non sottovalutare la globalizzazione non significa misconoscere il ruolo che tuttora gli Stati nazionali e altri livelli di governo territoriale possono giocare. In questo senso, diventa sempre più essenziale, per le classi dirigenti di un paese e di un territorio poter disporre di una “visione strategica” dei cambiamenti in atto. È, infatti, dalla appropriatezza di una tale lettura della realtà (e ovviamente dalla capacità di trarne decisioni coerenti) che dipendono molte delle possibilità di modificare la struttura dei sistemi locali e di organizzare proattivamente le risposte alle sollecitazioni che giungono dall’esterno.

Il sapere corrispondere agilmente e prontamente alle questioni poste (problemi e opportunità) dalle trasformazioni in corso (magari leggendole in anticipo) costituisce pertanto (e sempre più costituirà) un vantaggio competitivo importante perché, di fatto, può accrescere la capacità di incidere sulle tendenze globali, a partire dalle dinamiche locali. In questo senso, ricerca scientifica e tecnologica, istruzione, formazione, creatività, cultura della cittadinanza, welfare rappresentano fattori decisivi per lo sviluppo integrale delle persone e, nel medio e lungo termine, per favorire, ad un tempo, la coesione sociale di una comunità territoriale e la sua capacità di interagire con il mondo.

 


NOTE

[1] M. Draghi, Intervento del 9.1.2014 dopo la riunione del Direttivo della BCE.

[2] In effetti, rispetto al gennaio-marzo 2013, la “fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria” (secondo la dicitura ufficiale dell’Istat ricordata da Mario Deaglio su “La Stampa” del 16 maggio scorso), risulta in nettissima diminuzione, addirittura del 9,3%.

[3] Secondo l’ISTAT, I residenti a rischio povertà o esclusione sociale in Italia nel 2012 erano il 29,9% (Istat, Report su reddito e condizione di vita, 16 dicembre 2013, anni di riferimento 2012.)

[4] G. Rovati, Povertà e aiuti alimentari in Italia. Una situazione di emergenza, in “Vita e Pensiero”, 2014, 3.

[5] Fao-Ifad-Pam, The State of Food Insecurity in the World-Sofi2013, ottobre 2013.

[6] I dati poc’anzi citati confermano che la concentrazione maggiore di chi soffre per la mancanza di cibo continua a situarsi nell’Africa sub-sahariana, che non ha compiuto progressi e rimane l’area a più alta percentuale di denutrizione, tuttavia neppure l’Asia occidentale ha invertito la tendenza nelle sue aree tradizionalmente critiche e solo in alcuni distretti dell’Asia orientale, del Sud est asiatico e dell’America Latina si registrano variazioni positive.

[7] Fao, Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources, settembre 2013. Nel rapporto si specifica che per produrre l’1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono utilizzati 250 Km3 di acqua e 1,4 miliardi di ettari di terreno, e nell’atmosfera vengono immessi 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

[8] N. Ferguson, Il grande declino (Milano, Mondadori, 2013), p. 117.

[9] Fao-Ifad_Pam, The State of Food Insecurity in the World-Sofi2013.

[10] L’accordo è stato raggiunto il 7 dicembre 2013 nella riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio riunita a Bali. L’accordo, il primo dalla creazione della Wto nel 1995, è un “passo importante” verso la realizzazione di un vasto programma di liberalizzazione degli scambi commerciali lanciato nel 2001 a Doha, in Qatar, ma restato per lo più lettera morta. Il testo sottoscritto da 159 Stati prevede un’ampia gamma di misure per facilitare gli scambi commerciali; la possibilità per i paesi in via di sviluppo e meno sviluppati di accumulare derrate alimentari da distribuire ai cittadini più poveri; una serie di misure per aiutare i paesi meno avanzati a inserirsi nei flussi di commercio mondiale.

[11] Cfr. Globus et Locus. Dieci anni di Idee e Pratiche. 1988-2008 (Lugano-Milano, Casagrande, 2008).

[12] P. Calzini, Globus et Locus: un attore politico culturale all’avanguardia, in Milano tra ricostruzione e globalizzazione, a cura di A. Canavero, D. Cadeddu, R. Garruccio, D. Saresella (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011), p. 240. Di aiuto alla comprensione di tali dinamiche sono, naturalmente, le riflessioni e gli studi di Z. Bauman, Una nuova condizione umana (Milano, Vita e Pensiero, 2004). Si vedano anche: Id., Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone (Roma-Bari, Laterza, 1999); Id., La solitudine del cittadino globale (Milano, Feltrinelli, 2000); e Id., Modernità e globalizzazione (Roma, Edizioni dell’Asino, 2009).

[13] Si vedano i saggi di A. Sen: La diseguaglianza (Bologna, il Mulino, 1994); Id., Il tenore di vita (Venezia, Marsilio, 1993); e Id., L’idea di giustizia (Milano, Mondadori, 2010).

[14] A. Scola, Cosa nutre la vita? Expo 2015 (Milano, Centro Ambrosiano, 2013), p. 56.

[15] Francesco, Evangelii gaudium (Roma, Tipografia Vaticana, 2013), 54.

 

DOI: 10.12893/gjcpi.2014.1-2.1

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